Francesco Paolo Tanzj




Per dove non sono stato mai

I

Di Filicudi
e del suo vento caldo-vulcano
mi avevano accennato in tarda sera
su quella Topolino (verde e nera)
scarrozzandomi intorno al Poggio Laurentino
Eduardo parlava dall'alto del suo tono
di esperto viaggiatore
descrivendomi le case e i pescatori
e soprattutto le turiste americane
e il pesce fresco
e gli incontri proibiti
di rarefatte atmosfere warholiane
tra gli amuleti e i seni nudi
e i ripidi scalini
delle scoscese calli
tra piazze e portoncini
e viste a mare
tutto bianco e pietre secche e lava.

(E) la musica insieme accovacciati
sulle scalette chiare
di flauti chitarre e sacchi a pelo
e bionde ragazze - quasi marziane -
come a Dubrovnik
dolci belle e lontane.

E poi le notti incredibili
trascinate
tra vino e lanterne
via via fino alle albe arrossate
di grida al cielo (acute)
tra le pazze evoluzioni dei gabbiani.
C'ero? Non c'ero?
Ci sono stato anch'io - in passaggio -
più di quanto non possiate immaginare.


II

Della Gran Mela racconti tanti
e tutti veritieri
perché li ho controllati
sul mio block-notes personale
di telepatiche visioni
in planate notturne sul Village
o ai docks sulle rive dell'Hudson
per cui riconoscevo le falcate descritte da Nasca
i grandi passi per tenere il ritmo
del mixing people sulla Fifth Avenue
neri armadi muscolosi bionde platino detectives
yuppies hippies jazzisti drogati
gays puttane sani teppisti portoricani
tra scale di sicurezza e yellow cabs
mi aggiro stralunato senza una meta
per appuntamenti mancati
nei giri della notte
quando diresti che non c'è più niente da fare
che il mondo è qui
suo centro leviatano
tra i fumi e il puzzo dei vicoli chiusi (senza uscita)
a Brooklyn
per uscire barcollando dai locali acid jazz
e riempirsi di purezza
nelle fontane a Central Park
o fermo come un idiota a naso in su
davanti al Dakota Palace
riflettendo sulla morte di Jhon Lennon
correndo a perdifiato
per non perdere le mie chances d'infinito
per ritrovare (infine) le due camere con bagno
dove Neal Cassady parlava e parlava
nervosamente stropicciandosi sulla sua Camille
per poi dare la stura
al film più veritiero
sulla futura
"caduta tendenziale del saggio di profitto"
memori dei viaggi senza scopo
e delle alternative
di un lungo oceano in bianco e nero
per quelli come noi che qui s'incontrano
senza trovar mai pace.


III

Di isola in isola
si potrebbe raggiungere Bali
nei i ristoranti italiani dove Silvio ingrassava
e Andrea progettò la sua fine prematura
lì spiagge lunghissime assolate e palme
d'oro e d'argento le folkloristiche emozioni
per gli stanchi occidentali
alla ricerca di sé
passeggio frastornato
e la bellezza delle donne m'appassiona.
Vecchie macchine di provenienza americana
sfrecciano a sera sul bianco lungomare
attonite
tra i sinuosi rondò di bimbe danzatrici
e gli aguzzi puntali tra nuvole e cielo
di mille templi addormentati.


IV

Berlino - di certo -
è come i film di Wim Wenders: grigio-fumo
e subito m'allontano dal futile clamore
delle techno-parades
tra Unter den Linden e i ricchi cafè
di Kurfurstendamm
- come si fa a non sentire la voce di Marlene Dietrich? -
c'è tutta Europa qui
tra Renzo Piano e il Future-Platz
e la tetra immagine di un orribile passato
degli infranti cristalli di sangue jewish
e dei passi dell'oca
di un'illusione di potenza assassina
e dei muri alzati e poi abbattuti
ed io vorrei abbattere il rancore
ma non si può
e guardo con sospetto gli skin-heads passare
sotto l'umida sottile pioggia del Nord
nonostante la musica di Wagner
e le lezioni di Georg Wilehelm Friedrich Hegel
e il Bauhaus
e Max Ernst
e la R.A.F.
e i ricordi un po' appassiti
delle dolci ragazze di Wiesbaden.


V

"Vainè no te tiare"
donne, gardenie e mare rosso
nella Papeete di Paul Gouguin
catapultato lì
dal troppo assenzio bevuto nei bistrot
di una Parigi bella e maledetta
"La luna e sei soldi" e poi
l'antico oceano silenzioso
e le piroghe dei "demis"
e le brune nude fanciulle assetate
di un acerbo purissimo amore
ben lontano dalla sorda civiltà delle tangherie borghesi
e dal ricordo dell'orecchio di Vincent.
Ecco: mi sporgo dalle palme piegate dal vento
e riconosco solo adesso le mie vite passate
e sono solo
noncurante degli alberghi dèco
e delle suites falso-primitive
che hanno voluto ingabbiare quei colori
che hanno ucciso il trionfo del sole.


VI

Oh, l'America, l'America Latina!
L'antica Macchu Picchu e i misteri dei Natzcha
e i viaggi messaggeri delle lunghe strade andine
resi possibili
dalla masticazione delle foglie di coca
perduti testimoni di ben più antiche eredità
come dei rettili e delle immense tartarughe marine
dell'arcipelago delle Galapagos
sono stato incantato
a ruminare sull'alba del creato
schiacciato nei bus tra lo Yucatan e l'Honduras
ascoltando son tumbao tra Alto Cielo e Marcanè
canticchiando a Bahia le sambas della gioventù
quando mi inerpicavo per i sentieri di Rio
sempre più su
nelle favelas dei bambini perduti
quasi fossi un Azteco tra le rovine di Tenochtitlàn
tra i favolosi templi di Eldorado
e gli immensi shop-center di San Paolo
e Vera Cruz, Maracaibo, Caracas, Kingston, Santiago de Cuba,
Puerto Escondido, Guayaquil, Paramaribo, Belém, Oruro,
Corumba, Pelotas, Mar del Plata, San Miguel de Tucumàn, Rio Gallegos
giù, giù, senza respiro
sempre più giù
fino all'Isla Grande de la Terra del Fuego.


VII

Lowell, Massachussetts. Kerouac's Town.
Come un fan di una rock star
vorrei farci una capatina un giorno o l'altro
così, senza speranze di trovare il satori
guardarmi intorno alla ricerca di Lupine Road
number nine, number nine, number nine
passeggiando in Textile
senza occuparmi di eventuali musei alla memoria
per ispirarmi alla prosa più pura (e scatenata)
del ventesimo secolo o giù di lì
write-machine come carrette sulle higthways suburbane
per non perdermi neanche un soffio
di questa vita pazza per i pazzi guerrieri
come Jack and Dean and Gary and Gregory
dopo aver letto Melville, London, Dostojevskij e William Blake
salmodiando i mantra di una scrittura totale
a me ben più cara
degli asettici neo-marinismi
di casa nostra
nonostante un'intera strada dedicata
nella vecchia stazione a Castelnuovo Rangone
tra nostalgici beat e musicisti ubriachi
e il sorriso di Nanda (e l'ironia di Guccini)
e i "turtelìn" per cena
una domenica d'ottobre
e perché no? nella "bassa" padana.


VIII

Dove è stato, e perché
Jack London il Grande Viaggiatore
da Sonoma Valley al nero crocevia di una morte annunciata
tra i gelidi inverni del Klondike
ai caldi afrori dell'arcipelago
delle isole affogate delle Hawaii
con l'ansia inappagata di chi terra non toccò mai
tra gli emisferi cerebrali di un lungo sogno marinaro
lupo, compagno, nostromo, bevitore
sballottato tra i ghiacci del Nord
e gli amori (a mille) rubati
negli insalubri angiporti del destino
di quest'unico (insondabile) viaggio senza fine.
Un diario di bordo lasciato andare alla deriva
dopo un naufragio troppo dolce
per essere archiviato
tra i resoconti di una vita vissuta
nell'indelebile inchiostro
di questa maledetta pace
così tanto amaramente ambita
da allontanarsi inesorabilmente
sempre di più.
Questa è forse la fine
di tutti i grandi viaggiatori
come bambini insoddisfatti
di giochi arditi o di montagne da scalare
o di orizzonti ancora più tanto lontani
da confondersi coi cieli da mille o più colori
come quelli che in fondo anche tu
percorri mai.

IX

Ma cosa importa!
È come se ci fossi stato anch'io
e ci andrò
facendomi guidare da Charlie (Bird) Parker
o da Stan Getz
East of the sun (and west of the moon)
là dove il sogno si fonde con la pura realtà
delle strade degli anni
e tra le candide tastiere
di un accompagnamento tutto mentale
perché - sappiatelo -
la fantasia è più forte di qualunque cosa
e vola senza freni
per gli impervi sentieri del cuore
scendendo a perdifiato per le valli del tempo
che sono sempre uguali
e scorrono
nel magico "rewind"
di un tondo cerchio senza coda.
Vedrò dunque i confini della pallida Thule
e le oasi di Bordj Omar Driss e le antiche rovine di Al Basrah
risalendo le piane correnti dello Huang-He
per ritrovarmi a Capo Prince Albert
prima di scendere a Snake River Plain
alla ricerca dell'ultima terra degli uomini
e porre il giusto piede
e pestare con forza
il centro esatto del mondo pluriverso.
Chiederò informazioni in Station Square
o alle agenzie "free world travel" se nel caso
per il treno a vapore
dal lago Victoria giù per l'Africa Orientale
fino a Cape Town
o alla linea che segna il confuso divenire
dell'onde dei mari e dei pensieri
su fino al cielo caldo
dei dolci desideri.




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