Uomo del quindicesimo secolo, Leon Battista Alberti scriveva nel suo “De religione“:
“(…) Ma tu, Leopide, non ammetti che sono gli uomini stessi la causa di tutti i mali che li affliggono? Prova un poco a salire su questo fico e ad appenderti a questo ramo: e poi prega gli dei che ti rechino aiuto.
Se tu non fossi indebolito vegliando a lungo sui libri, non saresti né pallido né malato di stomaco: i mali degli uomini son gli uomini stessi a provocarli.
I marinai, credimi, non avrebbero mai saputo di dèi capaci d’alleviare le tempeste, se non si fossero arrischiati sulle onde del mare.
Dacché gli uomini per la loro sciocca inettitudine si sono tirati addosso gravissimi malanni, è nata la consuetudine di rivolgersi subito agli dèi: ed in questo, mentre pretendono che la divinità impedisca quello che loro stessi hanno provocato, sembrano non pregare, ma quasi dar principio a un certame e ad una contesa.
Eppure, se tu sfuggirai le cause dei mali, non avrai in nessun caso bisogno che gli dèi ti levino dai guai: e se poi credi che siano gli uomini a nuocere agli uomini, non è necessario invocare un dio, ma piuttosto frenare gli uomini stessi.
Se infine fossero gli dèi medesimi a causare i mali, tieni presente che non smetterebbero affatto una vecchia abitudine per le tue preghiere. (…)”
Jimmy Carter, uomo del ventunesimo secolo, già presidente degli Stati Uniti d’America:
“(…) Noi abbiamo appreso che gli Stati Uniti incoraggiano sia governi autoritari che democratici a stroncare il legittimo dissenso e a dichiarare terroristi coloro che sono attivi nei movimenti dei diritti civili.
Incoraggiano inoltre leggi repressive e anti-democratiche come strumento per la lotta al terrorismo. (…)” (dalla striscia rossa de “l’Unità del 17 maggio 2004)
William Pfaff, opinionista del “Tribune Media Service International”:
“(…) Recentemente un ufficiale britannico si è lamentato con il (…) Daily Telegraph di Londra che gli americani «non vedono gli iracheni come li vediamo noi. Li vedono come untermenschen» – subumani, un termine che i nazisti impiegavano con riferimento agli ebrei e agli zingari.
«Al contrario di noi non si preoccupano del fatto che gli iracheni possano perdere la vita. Il loro atteggiamento nei confronti degli iracheni è tragico, terribile … A loro giudizio l’Iraq è un paese di banditi dove tutti sono pronti ad ucciderli».
(…) Un amico americano che lavora in Arabia Saudita recentemente mi ha inviato una e-mail per dirmi «è finito il tempo degli arabi filo-americani che finora avevano attribuito a Washington buone intenzioni in Iraq. Le foto delle soldatesse che deridono sessualmente e maltrattano uomini arabi nudi e legati per loro significano che gli Stati Uniti sono una società totalmente depravata». (…)”
Rischiarano la notte, che sembra essere calata sulle nostre esistenze, le testimonianze di coloro che, tirando fuori il meglio della propria umanità, seppero porre freno alla barbarie; ed è a questa umanità, e non tanto a divini interventi, che si deve aggrappare nella non persa speranza che sia il senso di umanità a prevalere anche nei momenti più tragici della storia umana.
16 marzo 1968, ore 8.00, nel villaggio vietnamita di My Lai. Ricorda Hugh Thompson, sessantuno anni, medaglia d’oro conferitagli dagli Stati Uniti d’America “per aver fatto la cosa giusta“ tenente pilota dell’elicottero OH23:
“(…) So che molti non ci hanno perdonato. Che quella mattina, siamo stati io e Larry a decidere cosa era giusto fare. Che non esiste ordine illegale a cui si debba ubbidire. Che se un ordine è illegale, non basta tacere. Bisogna opporsi subito e poi denunciare i responsabili, chiunque siano.
(…) Eravamo in volo radente quando vidi montagne di corpi, capanne che bruciavano, soldati impazziti che facevano fuoco su cadaveri ammucchiati. Cominciai a chiedere via radio se era necessario scendere per prestare soccorso ai feriti, ma non ebbi risposta. Feci altri due o tre cerchi e cominciai a chiedere chi fossero quei fottuti pazzi con le nostre uniformi. Farfugliarono che stavano rispondendo a una minaccia vietcong. Cazzate! Dissi a Larry di armare la mitraglia e prepararsi a mandare all’altro mondo un po’ di quegli assassini… E Larry lo fece. Senza pensarci un attimo. Purtroppo era tardi. Ne trovammo vivi solo dieci. Ma forse è servito. Forse”.
Afferma Lawrence Colburn, cinquantaquattro anni, medaglia d’oro conferitagli dagli Stati Uniti d’America “per aver fatto la cosa giusta”, mitragliere di destra dell’elicottero OH23 il mattino del 16 marzo 1968 nel villaggio vietnamita di My Lai:
“(…) Abu Ghraib… May Lai … Quando ho visto le immagini di Abu Ghraib, mi sono detto: Cristo, ci risiamo. E poi mi sono chiesto mille volte perché. È come se i morti avessero preso ad afferrare i vivi. Come se non ci fosse scampo alla nostra, alla mia maledizione. (…) Ma certo! A chi vogliono far bere questa storiella dei sei soldati pervertiti che si facevano le foto con l’autoscatto da mandare agli amici o da vedersi la sera in camerata? No, io sono convinto che qualcuno ha ordinato quel tipo di umiliazione. Perché lo scopo era piegare i prigionieri, farli sentire sporchi, luridi, violati. Si chiama guerra psicologica. Ed è antica quanto la guerra combattuta con i cannoni (…)
Nel villaggio vietnamita di My Lai quel mattino del 16 marzo 1968 i morti furono contati: quel mattino i morti innocenti furono 504, soltanto dieci scamparono all’orrendo massacro. Oggi i morti in tutto l’Iraq, non vengono contati; il numero di quei morti non è importante, è irrilevante. Importante è tenere la precisa contabilità dei morti tra i liberatori, per farne poi della gratuita retorica.
La lotta al terrorismo condotta forsennatamente dalle democrazie occidentali ben richiede al solo popolo inerme dell’Iraq questo alto prezzo da pagare in distruzioni, violenze ed innocenti vite umane.
Le testimonianze dei due reduci dal Vietnam sono state raccolte ed apparse sul quotidiano “la Repubblica” del 17 maggio 2004.
24 maggio 2004
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