appunti sull’attuale crisi della democrazia
(la rappresentanza nelle democrazie occidentali: sistemi elettorali, partiti e conflitti sociali)
federico repetto


Gli appunti che seguono costituiscono lo schema teorico di un libro scolastico (per le classi terminali dei licei) sulla rappresentanza nei regimi liberaldemocratici. Ne ho trascritto l’ultima parte (sugli ultimi decenni) in un messaggio per la lista didaweb@yahoogroups.com. In questo mes-saggio ho aggiunto alcuni commenti sulle conseguenze pratiche della crisi della democrazia, che sono qui riprodotti, con qualche modifica e aggiunta, nelle Conclusioni.

Società e rappresentanza politica nell’Ottocento: i Parlamenti rappresentano i proprietari.

Il discorso riguarderà essenzialmente i paesi dell’Europa centro-occidentale e gli Stati Uniti, e le trasformazioni dei loro sistemi parlamentari, omettendo il perio-do totalitario Temi come la democrazia in Giappone, o l’estensione della democrazia parlamentare a partire dagli anni ottanta e novanta in Sud America e Asia restano al di fuori di questa trattazione.

Le prime costituzioni del mondo occidentale permettevano normalmente solo un suffragio limitato: limitato a chi pagava almeno una certa somma di tasse, o, in alcuni casi, ai proprietari terrieri, oppure a chi avesse un certo livello di istruzione. Mentre i diritti civili appartengono a tutti, quelli politici appartengono, si dice, solo ai contribuenti importanti e a chi dà garanzie di senso della responsabilità: i membri dei gruppi sociali economicamente forti sono considerati dai costituzionalisti liberali migliori cittadini degli altri.
In sintesi, abolita la stratificazione per ceti, la società industriale capitalista comincia a polarizzarsi tra una minoranza di proprietari e un vasto strato di lavorato-ri salariati e di altri appartenenti ai ceti popolari, escluso dal voto. I conflitti sociali sono dunque fuori dalla dialettica parlamentare.

Il periodo 1870-1914. Lo sviluppo dei partiti di massa, l’estensione del suffragio e il sistema uninomina-le.

A partire dal 1870 in Europa centro-occidentale si allarga il suffragio, fino a diventare suffragio universale maschile quasi ovunque prima del 1914 (solo gli USA e la Svizzera avevano raggiunto il suffragio universale maschile addirittura alcuni de-cenni prima del 1870). L’allargamento del suffragio porta il conflitto tra operai e ca-pitalisti in parlamento. Ai vecchi “partiti” d’élite (tendenze non organizzate burocrati-camente) si affiancano o si sostituiscono i nuovi partiti di massa, che possono con-trastare con il numero e l’organizzazione la forza del denaro e della cultura. Ma i partiti di massa combattono per adesso nell’ambito del sistema uninominale (quasi esclusivo in questo periodo).
È interessante notare che nel modello tedesco, dove il suffragio universale arriva già nel 1871, la mediazione tra gli interessi sociali è in gran parte assicurata dal governo imperiale, indipendente dalla fiducia parlamentare. È il governo infatti che promuove lo sviluppo economico e la previdenza sociale. Il modello opposto è quello inglese, in cui è il parlamento il luogo della mediazione e del compromesso; qui il movimento operaio per molto tempo non si preoccupa neppure di avere un suo proprio partito, visto che i liberali di sinistra sono capaci di rappresentare in parla-mento gli interessi operai e popolari.
In tutti i modelli la mediazione tra gli interessi è resa possi-bile dallo sviluppo economico: la redistribuzione è più agevole se la torta da dividere cresce (è in ragione di questa tematica della rappresentanza degli interessi, storicamente legata alla questione del sistema dei partiti e del sistema e-lettorale, che preferirei evitare titoli come “storia dei sistemi politici” o “storia costi-tuzionale”). Ma i partiti di massa non si limitano a rappresentare e difendere interes-si razionali: sono anche aggregazioni identitarie, tenute insieme da un ambiente so-ciale e/o da un’ideologia, e ottengono un voto di appartenenza.
La rappresentanza degli interessi dei lavoratori però non è solo politica, ma anche sindacale. O meglio, i sindacati stessi indirettamente sono un soggetto politico (in particolare in Inghilterra e negli USA si preoccupano di far confluire i voti operai su certi candidati, senza bisogno di “partiti operai”).
Il testo dovrà anche affrontare il tema della rappresentanza delle minoran-ze etniche, che sarà poi ripreso nelle ultime parti.

Le riforme della rappresentanza nel primo dopo-guerra, il tradimento della democrazia da parte dei par-titi totalitari di massa e la successiva crisi della parla-mentarismo.

La guerra attenua fortemente il carattere liberale delle democrazie occiden-tali e porta molti sistemi politici sull’orlo della crisi (e anche oltre). Per contraccolpo, dopo la guerra ci saranno delle novità e delle trasformazioni nel sistema di rappre-sentanza: la democrazia consiliare e il sistema elettorale proporzionale.
La democrazia consiliare sarà trattata velocemente: la Russia non rientra nel nostro quadro, e inoltre l’Unione Sovietica non ha mai istituzionalizzato in senso democratico il sistema dei soviet. Tuttavia la democrazia consiliare interessa come un possibile –benché non effettivo - sviluppo della democrazia parlamentare: non c’è solo l’episodio consiliare di Monaco, ma nel marxismo anche moderato tedesco ed austriaco ci sono molte proposte di integrazione consiliare della democrazia parla-mentare.
Il sistema elettorale proporzionale è tipico della costituzione di Weimar, ma viene adottato dopo il 1918 anche in Italia ed altrove: il partito di massa si esprime al meglio in questo sistema. La crisi di Weimar sarà anche un sintomo della crisi del sistema dei partiti di massa, premiati dal proporzionale ma venutisi separando dalle masse stesse (vedi la classica analisi di Robert Michels). Il sistema weimariano dei partiti (certo in condizioni molto più difficili rispetto allo sviluppo) non è riuscito ad assicurare quella mediazione tra gli interessi che il governo imperiale aveva assicura-to.
Più coraggioso dei governi tedeschi di coalizione socialdemocratici e demo-cristiani si dimostrerà Roosevelt. La democrazia è effettivamente rappresentativa –e può contare sul sostegno popolare– quando affronta i problemi quotidiani della gen-te: Roosevelt perciò affronta subito i problemi di redistribuzione (crea anche posti di la-voro a fondo perduto p.es. in opera pubbliche senza immediato ritorno in termini di sviluppo) senza aspettare che lo sviluppo sia innescato. Può contare però su di una fiducia secolare nelle istituzioni democratiche. La democrazia weimariana, la cui rap-presentatività e legittimazione (nel senso di accettazione profonda, di fedeltà alle i-stituzioni da parte dei cittadini) erano già basse, finisce così per crollare.
Altre democrazie, come la Francia e l’Inghilterra, pur tenendo, sono in dif-ficoltà perché in ultima analisi (alla fine degli anni trenta) l’élite politica dà nettamen-te la precedenza allo sviluppo rispetto alla redistribuzione.
Interessante il caso svedese (inizia nel 1931 un governo monopartitico plu-ridecennale fortemente rappresentativo e legittimato, un caso straordinario di me-diazione degli interessi) e quello spagnolo (oltre alla rappresentanza parlamentare, c’è una partecipazione politica straordinaria attraverso rappresentanze sindacali e territoriali).

Le costituzioni del secondo dopo guerra e i “trent’anni gloriosi” della democrazia liberale, fino alla crisi degli anni settanta.

Dopo la Resistenza abbiamo una nuova generazione di costituzioni demo-cratiche parlamentari (in Francia, Italia e Germania Federale), a cui viene affiancato il sistema elettorale proporzionale. La mediazione degli interessi e la redistribuzione sono rese possibili tra l’altro dalla ricostruzione e dalla prospettiva dello sviluppo (grazie anche al piano Marshall).
In questo periodo la rappresenta non è solo rappresentanza di interessi,
La piena stabilizzazione delle democrazie europee (trenta anni gloriosi) do-po i conflitti della Resistenza e del dopoguerra avviene quando si avvia un circolo virtuoso di sviluppo e ridistribuzione. Questo circolo è interrotto dalla crisi petrolifera, che mette in difficoltà lo sviluppo; essa avviene tra l’altro mentre la domanda di re-distribuzione e di partecipazione popolare è fortemente aumentata. La democrazia parlamentare subisce in questo periodo due spinte in due direzioni opposte. Da un lato i vari movimenti studenteschi, operai, ecc. spingono per un potenziamento dello Welfare State e un allargamento della democrazia parlamentare e sindacale in senso consiliare, nonché per la diffusione della democrazia sul territorio (in Italia saranno realizzati i consigli provinciali e regionali, in Francia molto più tardi saranno realizza-te le regioni). Dall’altro si leverà la voce della Commissione Trilaterale per una de-mocrazia “governabile” e per un’interruzione del circolo delle rivendicazioni redistri-butive (in Italia questo avrà un eco indiretto nell’affare della Loggia P2).

Sviluppi particolari: il sistema francese a doppio turno e le primarie americane.

A parte possono essere trattate le vicende dei sistemi rappresentativi fran-cese e americano.
La costituzione della V Repubblica in effetti non è legata al rapporto rap-presentanza-mediazione dei conflitti sociali, ma piuttosto si collega con la spaccatura dell’opinione pubblica francese sulla questione algerina, in relazione con la debolez-za della democrazia parlamentare proporzionalista. L’agganciamento del governo al carisma del presidente (nonostante la questione della non coincidenza della durata in carica di presidente e parlamento) e il premio di maggioranza assicurato dal si-stema a doppio turno garantiscono di nuovo la governabilità, con danni limitati per la rappresentatività (questo modello è comunque importante per le ricadute sul di-battito italiano recente).
L’invenzione delle primarie in qualche Stato della East Coast aveva prece-duto il periodo più caldo delle lotte degli anni sessanta. Ma la loro generalizzazione costituisce una risposta a queste lotte nel senso della partecipazione, soprattutto nel caso delle primarie del tipo caucus, che effettivamente permettono una grande partecipazione (naturalmente va esposto anche il quadro tradizionale in cui le primarie si svolgono: quello della elezione su due gradi e dell’assegnazione dell’intero pacchetto dei voti di uno Stato ai grandi elettori del candidato di maggio-ranza).

L’impennarsi dei costi della politica e il declino dei partiti di massa nell’età dei media.

Il periodo che inizia dalla fine degli anni settanta vede una sconfitta dei movimenti del periodo precedente e in generale un declino della partecipazione de-mocratica. Anche perché almeno una parte delle loro rivendicazioni redistributive sono state accettate, i ceti popolari si interessano sempre meno alla politica e la po-litica si occupa sempre meno di rappresentare i loro interessi. Sia per il declino della partecipazione e della militanza, sia per la tendenza concomitante ad utilizzare sem-pre più i media per le campagne elettorali, la politica diventa sempre più costosa e burocratica. La ricerca di fondi diventa una delle ossessioni degli uomini politici in questo periodo, con un aumento tendenziale della corruzione. L’aumento del costo della politica rafforza l’influenza delle lobbies e favorisce l’entrata in politica di grandi ricchi, a partir naturalmente dai paesi in cui domina l’uninominale, e la politica è già istituzionalmente personalizzata.
L’impiego massiccio dei media e in particolare della tv contribuisce alla dei-deologizzazione e alla personalizzazione della politica. La deideologizzazione della politica (che è al tempo stesso causa ed effetto della smobilitazione delle masse) è rinforzata più tardi anche dalla scomparsa dell’Unione Sovietica.
Tutte queste tendenze riducono ben presto le primarie americane, che ini-zialmente era servite ad allargare partecipazione e rappresentatività, ad un fenome-no di partecipazione passiva e di politica spettacolo.

La crisi della democrazia: declino della partecipa-zione e della rappresentatività, pur nella persistenza del-le procedure della democrazia parlamentare.

I costi della politica e la sua personalizzazione sono tra i fattori delle tra-sformazioni del sistema elettorale italiano (cosiddetta seconda repubblica) e di altri sistemi (si pensi all’elezione diretta del capo dello Stato in Israele). La personalizza-zione della politica è particolarmente visibile in casi come quelli di Ross Perrot, Silvio Berlusconi e Bernard Tapie. In questi casi un singolo individuo, ampiamente fornito di capitali, si è presentato alle elezioni presidenziali fuori dai partiti, o ha creato dal nulla un suo partito personale, o ha fortemente modificato uno già esistente.
L’era attuale di crisi della democrazia è contraddistinta da personalizzazione crescente, esplosione dei costi della politica, impiego massiccio dei media, scarsa partecipazione, movimenti antipolitici - di rifiuto qualunquista, razzista o regionalista del parlamentarismo democratico; di critica dei movimenti della società civile alla corruzione del ceto politico; di critica newglobal alla acquiescenza degli Stati agli in-teressi del capitale globale (gli ultimi due sono però anche movimenti di ricostruzio-ne della politica).
L’indebolimento dello Stato, tipico del periodo della globalizzazione, è inde-bolimento anche dello Stato democratico. Esso –sottomesso agli obiettivi delle agen-zie globali come l’FMI o il WTO– non svolge più quel compito di mediatore degli inte-ressi che la politica di Welfare gli permetteva di svolgere. C’è anche una tendenza al-la frammentazione della sovranità: aumenta l’autonomia regionale e locale o il desi-derio di essa, aumentano lo rivendicazioni etniche e (fuori dall’Europa occidentale classica) alcuni Stati si frammentano secondo approssimative linee etniche.
Un ulteriore colpo alla democrazia è dato dalla “guerra infinita” promossa da Bush dopo l’11 settembre, con una certa tendenza alla criminalizzazione del dis-senso e alla limitazione dei diritti civili. Un significato analogo lo ha anche la questio-ne dell’immigrazione e della convivenza interetnica.
In conclusione, se la democrazia rappresentativa continua a funzionare (quasi) normalmente come meccanismo di selezione e di alternanza delle élite politi-che, la partecipazione continua a diminuire, così come l’astensione o l’esclusione dal-le liste elettorali (si veda il caso dei neri americani).

Conclusione: crisi della politica, società civile, movimenti.

Sembra oggi che l'intero ceto politico, in Italia e in diversi altri Stati del mondo occidentale, si sia staccato, almeno nel suo complesso, dalla democrazia in-tesa come rappresentanza e sistema di discussione razionale universale (in parla-mento e nell'opinione pubblica). Come rituale per il ricambio dei governanti, la de-mocrazia funziona sempre, ed è certo molto meglio dell'alternanza come fu praticata da Pinochet, o magari dai Tutsi e dagli Hutu. Tuttavia, ormai chi fa un'opposizione democratica e chi resiste democraticamente a riforme antisociali ("riforme peggiora-tive" le chiama il filosofo Costanzo Preve) deve farlo contro gran parte del ceto poli-tico, indipendentemente dagli schieramenti.
Zygmunt Bauman (e certo non solo lui) ritiene che, presi singolarmente, gli Stati odierni (inclusi quelli più potenti), non abbiano la capacità di opporsi alle ten-denze del capitale finanziario globale, che invece sono rappresentate e coordinate dal FMI, dal WTO e da altre agenzie internazionali. Sulla capacità dell’ONU di rap-presentare gli interessi dei popoli e, ad ogni modo, di governare i flussi economici globali, credo che,nella fase attuale, non valga la pena di discutere. Meno disperante è la situazione della Comunità Europea. La Commissione Europea, probabilmente, avrebbe la capacità di contrastare le tendenze del capitale globale, almeno in parte e almeno sul suo territorio. Ma al momento la Commissione è ben poco rappresentati-va e il Parlamento ha poteri limitati. E, soprattutto, in molti paesi di antica democra-zia il sistema rappresentativo è ormai agli sgoccioli. In Inghilterra, in particolare, il sistema uninominale rende insignificante la rappresentanza parlamentare del secon-do partito del paese, quello liberale-socialdemocratico, che da molte tornate eletto-rali raggiunge o supera il 20% dei voti. Lo scollamento tra il ceto politico e gli eletto-ri in Francia è venuto in luce (oltre che nei risultati contraddittori tra primo e secon-do turno delle ultime elezioni presidenziali e parlamentari), nell’esito dell’ultimo refe-rendum sulla Costituzione europea (per il quale le cose sono andate in modo analo-go anche in Olanda). Inoltre ovunque le percentuali dei votanti calano in continua-zione, e c’è il sospetto che la strategia, tipica dell’uninominale (oggi diffuso più che mai) di puntare sul voto di centro, abbia la finalità di scoraggiare il voto dell’elettorato più radicale. Tale elettorato viene fatto passare per ideologicamente radicale, per cui inseguire l’elettore di centro vorrebbe dire promuovere la concordia nazionale, ma ci si può chiedere se invece gli astenuti non siano semplicemente i più bisognosi di welfare e di occupazione, quelli i cui interessi sono più direttamente in conflitto con quelli del capitale finanziario globale. Si può ben vedere a che razza di concordia nazionale ha portato in Francia l’inseguimento dell’elettore di centro.
Sotto quali nuove forme possiamo sperare di tornare ad una democrazia in
qualche senso rappresentativa? Per il momento credo che l'unica forma di
democrazia sia la partecipazione ad associazioni della società civile e movimenti, che cerchino di condizionare i politici con la loro resistenza e con la loro azione propositi-va. Si potrebbe sperare che fenomeni come la rivolta francese delle periferie sposti-no l’opinione pubblica verso l’idea di un’Europa sociale, di una nuova Costituzione europea che recuperi le idee di Delors in questo senso. Ma sembra più probabile che il tema della sicurezza e dell’ordine pubblico domini d’ora in poi l’elettorato di centro, rendendo improbabile una tendenza al ritorno alla piena democrazia da parte del ce-to politico.

17 novembre 2005


in ecologia politica: politica e politicantila scuola per la costituzionein margine alle “filosofie del male”fondi USA e af-fondi ITALIATFR/fondi pensione: il re è nudoTFR fondi pensione - Chi paga il conto?l’homo democraticus: una specie in via di estinzione?appunti sull’attuale crisi della democraziala lotta contro il TAV in Val Susa, una lotta contro lo “sviluppo”appello a Carlo Azeglio Ciampi   dello stesso autore: ipotesi su scuola, cultura e potere oggiper un nuovo il progetto illuminista moderno e la crisi della società individualisticaRistabiliamo dal basso il senso del corteo del 20 marzoCastells: la società dell’informazione e la fine della democrazia del lavorol’homo democraticus: una specie in via di estinzione?appunti sull’attuale crisi della democraziala lotta contro il TAV in Val Susa, una lotta contro lo “sviluppo”l’embrione è un soggetto titolare di diritti?scontro di civiltà e di religioni?perché i politici del centrosinistra sono così mediocri?invito a firmare per la “legge per un'altra tv”crisi della democrazia e crisi dell’homo gutenberghianusautonomia individuale moderna, media e 68

Copyright © 2001-2005 Cittànova - Tutti i diritti riservati
Aut. Trib. di Frosinone del 26/1/2000 n.275 - Direttore responsabile: Alfonso Cardamone