La niente affatto pacifica “questione dialettale”
(appunti problematici)
alfonso cardamone


La vivace discussione in corso sulla “questione dialettale”, dalle implicazioni non esclusivamente culturali ma anche politiche, invita ad alcune considerazioni, di metodo e di sostanza, che attengono al modo in cui è possibile concepire e proporre oggi, nella società attuale italiana, il rapporto tra lingua-creatività-dialetto.
È un dato incontrovertibile e sotto gli occhi di tutti il processo di inarrestabile, progressiva riduzione che le lingue dialettali vanno subendo da tempo sotto la spinta dell’omologazione sociale e culturale che si manifesta ai vari livelli della società civile.
Aspetto particolare, questo del dissolvimento tendenziale delle lingue dialettali, ma al tempo stesso specchio esemplare, di quella riduzione generale che, su scala mondiale, investe tutte le lingue nazionali cosiddette periferiche, a vantaggio del dilagare imperialistico delle lingue forti e accentratrici, prima fra tutte l’inglese in quanto codice di comunicazione privilegiato dei potentati internazionali della politica, della diplomazia, dell’economia, dell’informazione. La stessa lingua nazionale italiana, in questo processo, appare votata ad un destino di lingua meramente residuale.
Figuriamoci i dialetti.
Non può destare meraviglia dunque la precipitosa decadenza che ha minato e mina, a partire dal secondo dopoguerra, le lingue dialettali, sempre più confinate ad isole di resistenza localistica, o peggio tendenzialmente sostituite da paradossali linguaggi regionalistici, scialbi e impoveriti sia rispetto alla copiosità lemmatica dei dizionari gergali che alle più pregnanti locuzioni in cui una volta si esprimeva il genius loci delle varie comunità territoriali.
Come lingue dialettali, le parlate regionali in realtà non esistono (si tratta solo di un pio velleitarismo di stampo leghista): esse sono piuttosto varietà impoverite e imbarbarite della lingua nazionale, rabberciate con cascami di inflessioni dialettali. Prodotti di ricaduta dell’appiattimento indotto dal pensiero unico trionfante, che mentre mortifica la lingua nazionale sacrifica nel contempo la naturalità e la ricchezza delle lingue dialettali propriamente dette, che per natura e definizione sono localistiche nel senso più ristretto del termine, codici di comunicazione ad uso di gruppi parcellizzati a scala ridottissima (paese, borgata, quartiere). Talché puro nonsenso si rivelerebbe la richiesta di introdurre nei curricula ufficiali della scuola l’insegnamento di tali presunti dialetti regionali; mentre, all’opposto, sarebbe assolutamente da raccomandare una più accurata, competente e articolata didattica della lingua nazionale a tutti i livelli dell’istituzione scolastica.
Non c’è dubbio che il progressivo depauperamento delle autentiche lingue dialettali rappresenti l’ennesima nefandezza che va ad aggiungersi al rosario di morte snocciolato dal pensiero unico e dalla globalizzazione in atto, che contempla, tra l’altro, la scomparsa progressiva dal pianeta di culture e di gruppi etnici, di innumerevoli specie animali e vegetali, oltre alla banalizzazione postmoderna dell’arte, della lingua, della cultura.
La verità è che l’epoca attuale, dal punto di vista dell’uso dei dialetti, vive un paradosso singolare: mentre si riduce, da una parte, la piattaforma complessiva dello scambio comunicativo nelle lingue dialettali, per converso assistiamo ad una ripresa, a volte addirittura trionfante, della “poesia in dialetto”.
E qui si impone una precisazione e una distinzione tra due concetti solo in apparenza sinonimici, e cioè tra “poesia dialettale” e, appunto, “poesia in dialetto”.

Il dialetto, non c’è dubbio, ha una potenziale universalità che si esprime per lo più in poesia. Non a caso (come ha ricordato recentemente Claudio Magris) un notevolissimo poeta in dialetto gradese, Marin, sviluppando un’intuizione di Croce, distingueva “poesia in dialetto” e “poesia dialettale”. La prima, sottolinea Magris, “è poesia tout court, che può essere anche grandissima esprimendosi nella lingua che le è congeniale”; la seconda invece è poesia minore, priva di universalità, in quanto “legata all’immediatezza vernacola e viscerale della peculiarità locale e incapace di toccare il cuore di chi non partecipa di quella peculiarità”.
In verità, è in atto nella società italiana un vero e proprio paradosso.
Nel mentre gli idiomi locali escono gradualmente dall’uso quotidiano, sul piano dell’esperienza letteraria e specificatamente poetica, negli ultimi trentanni soprattutto, si è registrato non solo un aumento dell’interesse di editori e critici nei confronti della poesia dialettale della tradizione (si pensi all’opera monumentale di Franco Brevini per i Meridiani di Mondadori), ma anche una vera e propria rinascita “neodialettale” di autori che si esprimono negli idiomi locali a livello di poesia per così dire “alta”. Così, all’antesignano P. P. Pasolini, che in un dato momento della sua carriera si volse al friulano provenzaleggiante, si sono aggiunti i Loi (in milanese), i Baldini (in una delle lingue romagnole), i Pierro (in un dialetto lucano dal sapore onirico), gli Scataglini (in anconetano), e altri ancora.

Tornando brevemente a Brevini (che è professore di letteratura italiana a Bergamo, ma soprattutto uno tra i massimi studiosi del dialetto ), ricorderò che egli si spinge fino a sostenere che “è negli scaffali della poesia dialettale che dobbiamo cercare gli esiti più alti della produzione letteraria novecentesca”. Affermazione che a me sembra francamente eccessiva, ma che dà il senso di questa grande ripresa di interesse per le capacità di espressione poetica legate all’uso del dialetto.
Ma, a questo punto, sarà necessario e indispensabile fare alcune precisazioni.
La prima: al fine di evitare che il dialetto usato in poesia possa essere solo e riduttivamente espressione di un recupero della memoria attraverso una lingua morta anzi carbonizzata (per usare un’espressione del poeta salernitano Ennio Abate), alcuni autori (lo stesso Abate, p.es.) ritengono che si debbano fare i conti con la globalizzazione, evitando di scegliere tra i due estremi: l’anglicizzazione (mentale prima che linguistica) o l’assolutizzazione del dialetto come “piccola patria” (leghista), aprendosi invece alla mescolanza linguistica. E, per passare alla prosa, si veda per esempio, a questo proposito, il mirabile caso rappresentato da Andrea Camilleri, con la sua narrazione meticciata in cui l’italiano si incontra e si sposa felicemente con forme dialettali siciliane.
Questa ultima considerazione apre il passo ad una seconda precisazione riguardante le cosiddette “radici”. Basterebbe uno scavo etimologico per rendere ragione di quanto “meticciamento” si trovi al fondo delle radici di qualsiasi dialetto o lingua. Altro che blaterare di recuperi di una identità pura ed incorrotta! “L’identità autentica assomiglia alle matrioske, ognuna delle quali contiene un’altra e si inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani [per esempio] ha senso solo se implica essere e sentirsi italiani, il che vuol dire essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente locale, regionale, nazionale ed europea…. E’ una realtà europea, occidentale, che a sua volta si apre all’universale cultura umana” (Magris). Se non si tiene ben presente questa verità di base, il rischio inevitabile sarà quello di vedersi condannati (autocondannati) all’isolazionismo becero e improduttivo.

Se è vero che il dialetto, come lingua precipuamente orale, pragmatica, concreta della realtà quotidiana, si difende solo parlandolo, a me pare che ancora più importante sia tendere all’approfondimento e alla maggiore diffusione, su scala nazionale, di quella espressione scritta, sia in poesia che in prosa, che fa delle lingue dialettali un elemento complementare e ”meticciato” della lingua italiana.

dicembre 2009


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