Puoi essere, o ritenerti, smaliziato quanto ti pare. Puoi credere di essere ormai vaccinato contro le ipocrisie, i marchingegni, le turlupinature del sistema politico. Non smetteranno mai di stupirti. Leggere per credere.
La prima pagina del televideo rai-tv di lunedì 19 febbraio fornisce, nel consueto stile stringato ed anodino, la seguente stupefacente notizia:
Da domani è vietato vendere e usare pellicole alimentari in pvc, usate per conservare i cibi.
Lo stabilisce un decreto del ministero della Sanità del febbraio 2000, che aveva dato un anno di tempo per smaltire le scorte.
I motivi sono da ricercarsi nella presenza di "ftalati" nelle pellicole, i più abbondanti composti chimici creati dall'uomo che finiscono nell'ambiente.
Già vietati nei giocattoli, gli ftalati sono accusati di "migrare" dalle pellicole nella bocca dei consumatori arrecando gravi danni all'organismo.
Ormai dolorosamente convinti che non riusciremo mai a raschiare il fondo del barile, non possiamo esimerci dal fare alcune considerazioni (che sono poi anche un modesto esercizio di metodologia della lettura).
Dunque, che cosa abbiamo appreso?
1) che le pellicole pvc fanno male, anzi arrecano ufficialmente "gravi danni all'organismo";
2) che il ministero della sanità era a conoscenza di questa ulteriore nefandezza del sistema industriale e dei rischi che essa comporta per i consumatori (ancora una volta la legge del profitto contro la salute del cittadino) almeno dal febbraio dello scorso anno;
3) che la situazione era ritenuta dal predetto ministero così grave da indurlo a emanare un decreto contro la vendita, la diffusione e l'uso delle micidiali pellicole;
4) che, contemporaneamente, si faceva la grazia di smerciare le pellicole pvc incriminate per un intero ulteriore anno, al fine di consentire lo smaltimento delle scorte.
Che cosa abbiamo imparato?
1) che la salute dei consumatori-cittadini può aspettare, perché viene assolutamente dopo gli interessi degli avvelenatori;
2) che è doveroso prima tutelare i profitti dei privati e solo dopo preoccuparsi di salvaguardare la qualità della vita collettiva;
3) che non potremo mai smettere di meravigliarci;
4) che la nostra indignazione rimane sempre un gradino più in basso rispetto ai "meriti" del sistema politico e del pensiero unico che lo genera e lo governa.
febbraio 2001
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