L'Italia non firmi il protocollo di Kyoto! Così sentenziò il Gran Capo degli Azzurrati d'Italia, ovverosia il Cavaliere a Tutto Gas.
E qualcuno si è meravigliato, qualcun altro ha applaudito, altri ancora hanno sproloquiato.
Delle tre categorie in cui si è divisa nella circostanza la fauna politica e massmediatica italiota, la più disarmante è indubitabilmente quella dei meravigliati.
Meravigliati di che?
Forse dell'eccesso di coerenza e di tempestività del Cavaliere (il quale, tra l'altro, non dimentichiamolo, è contemporaneamente, per grazia ricevuta e a pieno titolo maggioritario, Presidente del Consiglio)?
Non aveva forse messo a capo delle sue "missioni", il Cavaliere-Presidente, le Grandi Opere? E che cosa sono le Grandi Opere se non promessa di scempio dell'ambiente, in ossequio alle pretese del capitale, e certezza di offesa del sociale, a maggiore garanzia e gloria del profitto (leggasi: più occupati ma meno tutelati, più sfruttati e sempre più sottopagati)?
Ma arrivare a sconfessare gli accordi di Kyoto, via, come quel superdestro di Bush… prude e si arrossa la mini-coscienza ambientalista a costo zero di tante anime belle fino a ieri senza occhi e senza orecchi. Ma il Cavaliere ha voluto bruciare i tempi e, forte dell'ombrello del Presidente dell'Impero d'Occidente, non ha esitato ad esporsi. D'altronde -guarda caso- il terreno già gli era stato spianato dalla piaggeria pelosa della cosiddetta Grande Stampa Indipendente (indipendente da che? dalla buona fede e dalla dignità sicuramente), che nei giorni precedenti il Grande Annuncio aveva cominciato solertemente a seminare giudiziosi e farisaici dubbi sull'applicabilità dei pur prudentissimi e modestissimi vincoli posti dal patto di Kyoto alle emissioni dei gas nocivi.
E tutto questo mentre si susseguono sul piano internazionale gli allarmi più autorevoli sulla Terra che bolle, che ha la febbre. Allarmi rimandati puntualmente quanto ipocritamente da quegli stessi mass-media che oggi sputano sentenze sull'inapplicabilità del protocollo di Kyoto e gridano al lupo al lupo per la mobilitazione anti G8 a Genova. Tutto questo mentre, appunto, il movimento ambientalista in Italia si dibatte tra l'assenza di un soggetto politico credibile, capace di interpretare ai vari livelli del politico e del sociale le istanze ecologiste, e il rischio concreto di criminalizzazione del movimento di Seattle, ormai stretto tra la provocazione istituzionale della mobilitazione militare e l'idiozia inqualificabile di improbabili quanto irresponsabili capetti, che a quella rispondono con proclami di guerra farneticanti, come se Genova fosse il Chapas e loro avessero sognato di essere cloni del subcomandante Marcos.
7 giugno 2001
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