quando la cultura diventa impegno sociale
ovvero: la gestione compatibile dei beni artistici e culturali
alfonso cardamone


In L'usignolo di Keats, brano luminosissimo, centro ideale dell'opera Altre Inquisizioni, una delle sue maggiori, Jorge Luis Borges sostiene che tutta la storia del pensiero umano è segnata dal ricorrente e perpetuo confronto tra platonici ed aristotelici. Per essere precisi, non solo la storia del pensiero umano intorno all' Universo, al mistero dell'Universo (il platonico sa che l'universo è in qualche modo un cosmo, un ordine; tale ordine, per l'aristotelico, può essere un errore o una finzione della nostra conoscenza parziale), ma anche quella intorno alle questioni fondamentali del destino dell'uomo ed alle forme del suo essere e relazionarsi con il mondo.
E, tra queste forme, in primis, come è ovvio, il Linguaggio e, in modo specifico, le forme anche tecniche della Comunicazione. In modo particolare, già a Platone apparve chiaro come le forme di trasmissione del pensiero (ai suoi tempi si trattava della rivoluzione della scrittura a fronte della trasmissione e della cultura orale) influenzassero non solo i comportamenti culturali, ma anche quelli sociali etici e politici tra gli uomini.
Non mi soffermerò più di tanto su queste questioni, ma mi limiterò a ricordare che di momenti di crisi culturale e al tempo stesso sociale, come quello denunciato da Platone, l'Occidente ne ha vissuto almeno un altro nel passato, e voglio riferirmi alla cosiddetta rivoluzione di Gütenberg, con l'invenzione della stampa e tutto quello che ne conseguì, ed un altro ne sta vivendo oggi con la Rivoluzione digitale e la diffusione del WWW, la Grande Rete.
In varie occasioni, Nicholas Negroponte, gran guru del MediaLab nel Massachussetts Institute of Technology, profeta della "rivoluzione elettronica", ha previsto che Internet avrebbe avuto un miliardo di utenti entro la fine dell'anno Duemila. Oggi può sostenere che "siamo perfettamente in grado di toccare questa soglia". Infatti, a fine Novantanove, c'erano circa 60 milioni di nodi Internet, e in genere ognuno di essi serviva fino a 10 persone... Ora, del resto, stiamo entrando in una nuova fase, in cui anche i televisori, i telefoni cellulari e persino le centraline di controllo delle cucine di casa avranno accesso a Internet. "Quindi molte persone si troveranno nella rete senza saperlo e dovremo cominciare a contare un'utenza ben più ampia" . . . Questo fatto autorizza il guru Negroponte a sostenere che possiamo, addirittura, considerare chiusa l'era della rivoluzione digitale... ormai sarebbe cominciata da un pezzo (almeno in America, che è l'osservatorio di Negroponte) la fase del suo assestamento. Finita quella del pionierismo e della sorpresa controculturale, la novità ormai non è più tale, ed internet è già diventata "una colonna portante della nostra vita, che molti danno per scontata", adattandosi ad un nuovo ritmo di vita, che viene ritenuto e, soprattutto, vissuto come normale. "La vera sorpresa [nei giorni a venire] non sarà la rete e quello che contiene, ma i suoi effetti sociali. E cioè la maniera in cui cambierà il nostro modo di commerciare, governare e studiare"... Come si vede, gli effetti sociali dell'innovazione culturale, che non possono non chiamare in causa l'impegno degli operatori non solo culturali, ma anche sociali e, in senso più ampio, politici, sono qui ampiamente denunciati.
Non voglio in queste note discutere se queste affermazioni di Negroponte si attaglino, e quanto, alla realtà anche italiana dell'oggi, o se anche soltanto ne anticipino di qualche tempo l'evoluzione. Quello che qui mi preme evidenziare è la portata (ancora una volta non solo culturale, ma anche sociale, politica ed ETICA) della "nuova" previsione del Professore del MIT, che già sentiamo e annusiamo, per vari segni, nell'aria. Alla domanda, recentemente rivoltagli, circa quale novità tecnologica e culturale segnerà il nostro ingresso nel XXI secolo, il Professore non ha avuto dubbi: "La biotecnologia: sono sicuro che la prossima rivoluzione si svolgerà qui. Le vere novità tecnologiche rilevanti per il futuro dell'umanità, e i problemi etici più complessi per la nostra mente, verranno senza dubbio da questo settore, in continua espansione". Aggiungendo che secondo lui gli sviluppi più significativi, anche in relazione all'ulteriore diffusione prossima ventura della Grande Rete, "sono quelli che stanno portando alla costruzione delle macchine capaci di senso comune, cioè in grado di pensare in maniera autonoma". Macchine capaci di avere un comportamento intelligente in se stesse: questa è la vera sfida del futuro, "che metterà in moto un nuovo cambiamento epocale, intrecciando la rivoluzione biotecnologia con quella digitale".
Dunque, se già Internet, da sola, con le sue possibilità di scambio estese e costanti, non può non avere effetti sui nostri rapporti sociali, fino a potere influenzare, teoricamente e tendenzialmente lo stesso modo di governare, non solo attraverso l'ipotesi del voto elettronico durante le elezioni, o anche attraverso lo sviluppo delle tecniche per la formazione del consenso, già cambiate per altro dalla televisione e dai sondaggi, ma anche, ipoteticamente, attraverso l'uso strumentale a sostegno di particolari forme di governo ("immaginate la convivenza di una dittatura con la rete"...); che cosa accadrà domani con lo sviluppo delle biotecnologie? Sarà la realizzazione dell'incubo letterario del 1984 di orwelliana memoria, o della follia cinematografica di "2001 odissea nello spazio"?
Questo, solo per dire che l'impegno sociale, a cui la cultura chiama gli operatori, non può essere soltanto rivolto alla cura della diffusione sociale delle forme, dei prodotti e delle opportunità, anche occupazionali, di lavoro (cosa, evidentemente, importantissima di per sé e su cui non ci stancheremo mai di richiamare l'attenzione e l'impegno di tutti), ma per sollecitare l'attenzione delle coscienze sui risvolti anche etici e politici che quell'impegno non può non comportare.
Per esempio, e per abbandonare il quadro tecnologico e avveniristico e tornare, mentre mi avvio alla conclusione, più vicino a noi, alle nostre cose, a territori a tutti noi più consueti, come la valorizzazione della cultura del passato: non è forse vero che la medesima lezione va applicata anche a questo particolare quadro di impegni? Salvaguardando memoria, ambiente, umanità?
Non c'è dubbio, infatti, che dal riconosciuto potenziale sociale, di valorizzazione turistica e di volano anche di sviluppo economico e occupazionale, scaturiscano nuove indicazioni per la gestione e la valorizzazione dei beni artistici e culturali di cui, per esempio, è ricco il Bel Paese.
Ma deve essere anche chiaro che la salvaguardia dei Beni artistici e culturali non può essere attuata se non in un quadro di rispetto e di valorizzazione del contesto di comunità sociale, ambientale e territoriale in cui gli stessi storicamente, culturalmente e naturalmente si situano e sono localizzati.
Una politica di intervento per la gestione corretta del bene artistico e/o culturale, mentre rifugge necessariamente da ogni tentazione di alienazione del bene da quel contesto peculiare, deve altresì implicare un'opera ed una cura continue, attente e intelligentemente tese al mantenimento ed alla riqualificazione delle relazioni intercorrenti tra il bene e quello che possiamo definire il suo "intorno".
Un tale programma, che abbia ad obiettivo primario la manutenzione e la qualificazione del "bene", non potrà concretizzarsi se non con l'azione congiunta di diverse competenze, capaci di "aggredire" il problema da angolazioni diverse, tutte congiuntamente tendenti ad un quadro complementare di risultati.
Dalla duplice considerazione a) della vastità del patrimonio culturale ed artistico presente in uno specifico territorio; b) della (eventuale) marginalità del territorio stesso rispetto ai circuiti "forti" dello scambio (economico, culturale, turistico) nazionale e internazionale, si deve trarre l'indicazione per una linea operativa che miri a costruire una gestione significativamente differenziata, caratterizzata da un'offerta qualificata, riconoscibile, specifica, in grado certo di utilizzare al massimo le situazioni consolidate, ma soprattutto protesa ad andare oltre le stesse, verso una riscoperta, un potenziamento ed una valorizzazione di quelle più trascurate e, per questo, anche più degne di essere riqualificate e consolidate.
La politica di gestione dei beni artistici e culturali dovrebbe sicuramente tenere nel massimo conto le capacità di incidenza e di ricaduta che il complesso di attività ad essi rivolte potrebbe avere positivamente sui livelli di occupazione, mediante l'adozione di programmi di promozione di attività lavorative realizzabili in maniera diffusa sul territorio, orientati alla promozione di diversificate forme di valorizzazione e di fruizione sociale dei beni medesimi.
Ma, è anche vero, che, contestualmente, la gestione corretta dei beni artistici e culturali presenti sul territorio (così come anche quella delle attività culturali promuovibili e da promuovere), in quanto -come detto? prodotti non alienabili dalla corretta gestione dei beni ambientali, non potrà non fare (ed anzi dovrà fare) riferimento ad un modello "diverso" di sviluppo: un modello che consideri la risorsa culturale non sub specie semplicemente ed esclusivamente economica, ma piuttosto come patrimonio collettivo, "bene" di una comunità, da fruire certo, ma non da sfruttare indiscriminatamente, e perciò anche e soprattutto da conservare, garantire, proteggere, migliorare nei caratteri specifici e peculiari e nelle stesse possibilità di fruizione responsabile e rìspettosa, anche quando desse vita, come ci auguriamo, ad un flusso turistico significativo e rilevante. L'azione di gestione dei beni artistici e culturali, cioè, sotto questo profilo, a me sembra che non debba essere disgiunta dall'applicazione di modelli di sviluppo ecologicamente e culturalmente sostenibili, all'interno dei quali solamente sarà possibile ipotizzare la conservazione e la valorizzazione dei caratteri culturali, artistici ed ambientali, non come conservazione estremistica e riduttiva di specie e monumenti "isolati" in un contesto che, allo stato, appare ancora in larga misura degradato ed alterato, bensì in quanto conservazione dinamica (e perciò contestualmente valorizzazione) di beni armonicamente
collocati ed interagenti all'interno di un contesto di processi e di meccanismi antropologici, naturali e culturali, anche essi dinamicamente affrontati al fine da ricondurli ad equilibrio culturale ed ambientale.
Naturalmente, sarà importante e fondamentale adoprarsi ad individuare ed attivare i meccanismi di partecipazione alla promozione ed al sostegno di un progetto simile, da parte così degli operatori come della popolazione tutta. Così come investire energie e risorse nell'integrazione delle potenzialità offerte da INTERNET (e qui il cerchio si chiude) con le esigenze di elaborazione del sistema culturale e di diffusione e accesso all'informazione.
In questo modo, credo, si potrà assegnare alla cultura la dimensione giusta perché si attrezzi a divenire impegno sociale, predisponendoci anche politicamente e mentalmente ad affrontare con prospettive di successo quelle sfide future di cui parlava il prof. Negroponte.

settembre 2001


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