del divenire inumano della libertà
dalla presentazione di "Sui confini-rilettura di edipo" di A. Cardamone tenuta da S. Vaccaro a Palermo il 31/10/01
redazione cittanova


Salvo Vaccaro, professore di Filosofia Politica all'Università di Palermo, presentando il saggio "Sui confini - rilettura di Edipo" di Alfonso Cardamone, ha impostato la sua relazione sullo svolgimento del tema del divenire inumano della libertà, ricavato dalla lettura del libro. Noi colleghiamo la libertà all'accesso al sapere, all'accesso alla verità: tanto più sappiamo, tanto più raggiungiamo questo luogo enigmatico della verità, (enigmatico: qualcuno dirà "la Sfinge, Edipo che risolve l'enigma della Sfinge"), quanto più raggiungiamo questo luogo della verità, il sapere contenuto in esso, tanto più noi siamo liberi. L'era moderna ci ha insegnato che per raggiungere la verità, per raggiungere i contenuti di sapere della verità, quindi per essere liberi, bisogna seguire un percorso di illuminazione, ben diverso dalle illuminazioni dell'estremo oriente, delle civiltà orientali; la nostra civiltà moderna, che si fonda sulla cultura greca, accende lo sguardo attraverso la luce, i lumi, quelli che vengono detti i lumi, cioè l'illuminismo. In questo percorso, dalla cecità della caduta nella mitologia, tramite la luce noi raggiungiamo la verità. Verità in greco si dice aleteia e Heidegger ci ha insegnato, in maniera molto sottile, in maniera molto poetica ma anche molto ridondante, che aleteia vuol dire disvelare. Disvelare, quindi verità disvelata, quindi contenuto di sapere, quindi libertà. Maneggio, possesso della libertà. Questo potrebbe sapere di "umano troppo umano".
Ed Edipo, in tutto questo? Edipo in tutto questo segue il percorso esattamente inverso: lui, da vedente che era, diventa cieco, e più cieco diventa più raggiunge la sapienza, più diventa amico della sapienza: filo-sofia, filo-sofo, filosofo. Allora, per Edipo, in maniera antimoderna, la cecità è il percorso del raggiungimento della sapienza, che non è la Verità con la V maiuscola, perché quella era la luce, la radura, come diceva Heidegger. No, questa è la cecità, la capacità di immergersi nella cecità e di sapersi orientare nella cecità, cioè nei "fuori luogo", nei tanti "fuori luogo" che ci capita di attraversare, in cui ci capita di vivere, di transitare. Cecità, sapienza. Cosa fa venire in mente la cecità? Una particolare tipologia di subumanità, potremmo dire. Vero è che noi ricolmiamo i ciechi di grandissima attenzione, a parole, ci facciamo pure le campagne di pubblicità progresso. Poi nella quotidianeità, per come viviamo, per come intossichiamo i sani e i meno sani, li trattiamo come subumani, come inumani.
Allora la sfida di Edipo, piace pensare leggendo il libro di Alfonso Cardamone, è quella per la quale l'inumanità della cecità diventa l'unica possibile condizione di accesso alla libertà. Ad una condizione, però, che di questo non si faccia un ennesimo paradigma, controparadigma e paradigma dei lumi moderni. E difatti, stiamo trattando del "divenire inumano", non dell' "essere inumano". Perché "divenire" e non "essere"? Ma perché tutti i miti greci sono miti, come tutti i miti mediterranei, marini: si navigava, si camminava, tutti quanti non stavano fermi. Per mille motivi: chi emigrava (anche allora c'era l'emigrazione), chi era "displaced person", come si direbbe oggi, e cioè era un rifugiato, un esiliato, uno sfollato (le guerre c'erano anche allora) e tutti giravano. Molti tornavano, tornavano per la nostalgia, qualcuno direbbe, senza sapere che nostalgia vuol dire semplicemente ritorno, quindi non è che erano nostalgici, tornavano e basta. Chi era l'unico che non tornava da nessuna parte? Era Ermes, Mercurio, quello che sale e scende nella colonnina. Era Ermes, il dio che trasgredisce i confini, il dio che porta i saperi gli uni accanto agli altri, il dio che ibrida i saperi, il dio che miscela, che combina. Ermes viene assunto da autori di epistemologia contemporanea come il segno, come il simbolo, come l'immagine, come la figura di queste forme di ibridazione di culture.
Allora, ecco perché "divenire", nel significato che non si sta mai fermi, non si abita da nessuna parte, ma si transita sempre, che è quello che facciamo normalmente, anche se la carta d'identità, ma solo essa, ci dice che noi siamo residenti a … Se guardiamo il nostro tempo e il nostro spazio interiore, siamo residenti in mille posti: in un film, in un libro, in un fumetto, in una vita, in due vite, in tre vite, nelle famiglie, nei triangoli, nei quadrilateri ecc., nei lavori, nelle passioni, nei lutti. Noi transitiamo attraverso tutte queste cose, noi abbattiamo confini come se nulla fosse. Gli altri ce li rimettono sempre, per inquadrarci: dobbiamo avere una nazionalità, una cittadinanza, un nome e un cognome fisso (a qualcuno gliene danno due: nelle tradizioni spagnole due cognomi, quello del padre e quello della madre, così non si sfugge neppure se uno volesse). Divenire, quindi, senza confini non contro i confini, senza confini: ci sono, ma uno li passa. Inumano, poi, perché siamo troppo inondati di umanità, a tal punto che le guerre si fanno oggi in nome dell'umanità. C'è qualcuno che negli ultimi dieci anni abbia fatto una guerra "disumana"? o contro l'umanità? Assolutamente nessuno. Sono state guerre né più né meno come tutte quelle del passato, con un'aggravante, che per avere salva la pelle, nelle guerre contemporanee, il posto più sicuro è quello di indossare un'uniforme, perché appena il dieci per cento delle vittime dei conflitti degli ultimi dieci anni è gente in divisa. Quindi, gente deputata a sparare, a uccidere e ad essere uccisa: solo il 10%, mentre il 90% sono vittime civili, in uniformi varie. Per cui, se quella è l'umanità, allora affermiamo il divenire inumano, ma subito, firmiamo ad occhi chiusi. La cecità dell'inumanità diventa, non una garanzia, perché in questo mondo di garanzie non c'è nulla, ma diventa un prerequisito necessario anche se insufficiente per tentare un'operazione che coincide con la libertà, con la libertà come istanza di sottrazione. Noi per liberarci, per essere liberi, e non c'è discrasia tra i due momenti, dobbiamo sottrarci. Non dobbiamo aumentare qualche cosa, aumentare sapere, aumentare competenze, dobbiamo diminuirci di competenze, diminuirci di sapere, diminuirci di ridondanze, di ripetizioni, di consumi inutili, di stili di vita superflui, di mode e condizionamenti. Dobbiamo essere, in una parola, sobri.
Tutto questo ha un riscontro nel libro di Alfonso Cardamone? Questo è quello che vi ha letto Salvo Vaccaro, squinternando il contenuto, squadernandolo, rielaborandolo, digerendolo, nella propria singolarità di visione, di lettura, di proiezione delle proprie passioni, dei propri desideri.

gennaio 2002


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