distopia e decostruzione: il laboratorio architestuale dei Soul Mio
saggio breve di critica musicale
roberto miele


La difficoltà più grande che si incontra sulla soglia di un discorso di critica musicale è, senza alcun dubbio, di natura assiologica. Percezione, interpretazione e valutazione commisurabili alla portata culturale dell’oggetto preso in esame -sia esso un cantautore, un singer o una band- si presentano, però, solo in un secondo momento, che può benissimo non corrispondere ad un secondo momento dell’ascolto. In genere, un album piace nella misura in cui è stato pubblicizzato, e quando non è così le perplessità sono legittime. Ma quando non è così (e per fortuna non sempre è così) allora subentrano in campo altri fattori differenziali o, meglio ancora, “discriminanti”.
Anzi tutto, il più importante, è quello che potremmo definire il fenomeno dell’emersione, concernente l’album che, appunto, “emerge” dai fondali della promozione e dismette le funzionalità tipiche del prodotto per diventare se stesso; quindi, necessità complementare, il fenomeno della accoglienza, ovvero dell’adozione dell’opera in questione, che implica l’intervento, e quindi la disponibilità, dell’ascoltatore, fruitore reale della stessa. Fin qui, tutto bene: manca ancora qualche metro alla soglia, e si intravede, a malapena, un bagliore.
Il discorso si complica nel momento in cui il destinatario capisce che quell’opera non si trova lì per caso. Come potrebbe essere altrimenti? Come conviene, dunque, regolarsi?
Un metodo possibile tra i tanti, che può essere adottato con o senza pretese teleologiche, reputerebbe opportuno formulare due interrogativi, uno di natura critica, finalizzato alla comprensione di cosa si sta ascoltando, l’altro di natura estetica, preoccupato di comprendere come lo si sta ascoltando. Due interrogativi che non corrispondono ad altrettanti momenti dell’ascolto, poiché la formulazione dell’uno implica “linguisticamente”, e non logicamente, quella dell’altro.
Tracciate le rette simboliche e stabiliti i punti di intersecazione sul piano, proiezione della loro distanza dalle parallele dei due assi perpendicolari (nella fattispecie, gli interrogativi del metodo su citato), è possibile, quindi, ricavare le coordinate cartesiane dell’Opera passata in rassegna.
Nel caso dei Soul Mio, gruppo di ascendenza partenopea ma milanese di adozione, al loro secondo album all’attivo, il risultato è paragonabile a quella che in matematica suole definirsi lemniscata di Bernoulli.
Una esperienza decennale alle spalle -il cui nucleo originario, formato da Imma Costanzo (voce, trombe e campioni), Ugo de Crescenzo (pianoforte, campionatore e programmazioni) e Leziero Rescigno (batterie, chitarre trattate, campioni e voci, nonché batterista dei La Crus) cui si è affiancato di recente Andrea Cozzani (bassi elettrici e contrabbassi, nonché bassista dei Planet Funk), ha preso corpo a Napoli nel discorso acustico degli Arteteka e si è poi tras-figurato nel progetto elettronico dei Ritmi di Fine Millennio a Milano, quest’ultimo, anticipazione, per certi versi, dei più recenti sviluppi musicali- ispessisce di “suoni e visioni” un progetto musicale che, non senza azzardo (data la “giovinezza storica” della band), non può non stupire per la progressiva precisione del suo proprio profilo, o meglio ancora dei suoi profili.
In effetti, proprio la poliedricità è il primo elemento caratterizzante di questo gruppo, il cui album di esordio “Vertigini” (1999) e il successivo, recente, “El sol se pone negro” (2001) si innestano, con coraggio invidiabile e consapevolezza, su molteplici prospettive e panorami di ampio respiro culturale, in una continua rielaborazione dei codici impiegati, tanto da rendere disperante ogni tentativo di classificazione di genere, fragile ogni etichetta.
Contaminazione e promiscuità linguistica possono semmai essere presi in esame per tracciare una debordante sinusoide tra le matrici dei riferimenti culturali, rilevando così, di volta in volta, le tracce musicali dei Portishead, degli Arto Lindsay, dei Moloko e dei Massive Attack, ma anche dei Red Snapper, dei Police, di Björk, Beck e Miles Davies, di James Brown, Tori Amos, di Bach, Mozart e Debussy, quelle letterarie e filosofiche di Kierkegaard, Borges, Sarte, Kafka, Cortàzar, Saramago, Savinio, e della Beat Generation, quelle cinematografiche di Soderbergh e Wenders (memorabile, in questo senso, la copertina del primo album), di Scorsese e Tarantino, Boyle e Fincher, Malle, Godard, Antonioni e Fellini, quelle pittoriche di Hieronymus Bosch, di Munch, Ernst, Cézanne, Boccioni, Delacroix, Seurat, solo per citarne qualcuna, senza però perdere di vista l’es muss sein della loro presenza, ribadito, qualora ce ne fosse stato bisogno, proprio da Imma Costanzo, in una intervista fatta durante la promozione dell’album Vertigini, in cui appunto poneva l’accento sull’obiettivo primario del progetto musicale: «rielaborare e ricontestualizzare in una formula personale» gli interessi della band.
Laboratorio architestuale, dunque, questo dei Soul Mio, in cui allo scavo operato sulle sonorità, nella linea rossa che congiunge Napoli a Bristol, si affiancano quello di tipo linguistico, lacaniano (e un riferimento a Pino Daniele o a Renato Carosone, in questo caso, sarebbe sin troppo generico), e l’altro di tipo visivo.
I violini di Camilla Bonanini che inaugurano la prima track di Vertigini, “Texas”, lasciano prospettare la lirica malinconica che attraversa l’intero album; lirica cui fa da contrappunto la aggressiva sonorità, trip hop, funk e jungle, della resistenza ontologica di chi, avendo come unico centro di gravità permanente le proprie vertigini (e il riferimento a Battiato non poteva mancare, data la squisita rilettura del brano omonimo in El sol se pone negro), pur gridando «Nun saccio chello che s’adda fa / I lost my empty head», riesce ancora a dire «Sono qui», e indicare, in questi termini, quasi in modo ossimorico, una via di fuga, una speranza: «(…) in Vertigini ci sono storie di persone ai margini, si parla di contrasti tra realtà sociali drammatiche e speculazioni dei media. Il tutto si muove tra cupezza e speranza, la parola che chiude l’album» (ha sottolineato Imma nell’intervista su citata).
El sol se pone negro, invece, è il frutto di una progressiva nekuia nel “Labirinto inverso” dell’animo umano. Più introspettivo, ossessivo oltre ogni “Fragile limite di sopportazione”, saturo e monocorde nei testi, il secondo album denuncia, senza mezzi termini, una «decostruzione dell’anima partenopea nel contesto del grigiore urbano di città come Londra, Berlino, Milano».
La speranza di sottrarsi alle vertigini è progressivamente scalzata da una prospettiva distopica in cui, avendo a disposizione solo “poche ore per dire chi sei”, “tutto sembra coerente ma in fondo qualcosa non va”. Questo “Insostenibile io”, quindi, si ritrova costretto ad ammettere che “Solo adesso vedo l’inutile, / insostenibile rumore intorno; / mi risveglio da un altro incubo, / nun veco ll’ora ca me vene ‘n suonno”.
Rispetto al primo album incombe una angosciastica presenza psichedelica, un disincanto univoco e fittivo, una progressiva scarnificazione dell’essere (e delle tracce, si direbbe, da 16, in Vertigini, a 11, in El sol se pone negro), mai vissuta in modo incondizionato, mai subita, e pur sempre irrevocabile.
Il laboratorio distopico e decostruzionista dei Soul Mio, dunque, lungi da compiacimenti di sorta e facili psicologismi, cui spesso si cede per ovvie difficoltà, merita di certo tutta l’attenzione del caso, se non altro almeno per eludere le tipiche remore postume di chi, sempre sedotto dai cori del tempo, costatandone una singolarità esclusiva nel panorama musicale italiano, dovrà ammettere di non aver vissuto, sino in fondo, la storia, di aver confuso con la cera i timpani.


marzo 2002


in autonomia e cultura: del divenire inumano della libertàper un nuovo distopia e decostruzione: il laboratorio architestuale dei Soul Miodiritto di replicasull'utilità e il danno della storia per la vitademocrazia nella comunicazionesaperi e formazionechiamata alla culturacrisi Fiat e riforma della scuola, ovvero assenza di soggettivitànotizia su Tommaso Dell'Eralettera aperta al ministro moratticonsiderazioni e appelloinformazione dimezzata   dello stesso autore: distopia e decostruzione: il laboratorio architestuale dei Soul Miosull'utilità e il danno della storia per la vita

Copyright © 2001-2005 Cittànova - Tutti i diritti riservati
Aut. Trib. di Frosinone del 26/1/2000 n.275 - Direttore responsabile: Alfonso Cardamone