editoriale

 

Non c'è dubbio che, a meno di 10 anni da quando il Gruppo di Lisbona ha iniziato i suoi lavori, l' analisi d'insieme, economica e sociologica, da esso prodotta riguardo alle tendenze dell'epoca postfordista, ha trovato solo continue e, in buona misura, tragiche conferme. Sia nella macro che nella micro dimensione. "Mondializzazione, smantellamento del Welfare State, crisi strutturale dell'occupazione, elasticità del processo produttivo, esplosione dei localismi, ansiosa ricerca di identità, governo globale dell'economia, nuova alleanza tra impresa e stato". Questo era il catalogo, questa l'agenda recitata nella pubblicazione dei manifestolibri del 1995, "I limiti della competitività", a cura, appunto, del Gruppo di Lisbona. La competitività, il nuovo Vangelo dell'attuale transizione, collante ideologico e pratica patologica del villaggio globale, piovra capace di estendere i propri tentacoli dal centro dell'Impero fino alle province più lontane. Fino alla provincia ciociara, per esempio (per la quale proveremo a documentare e discutere, in questo numero di Città nova, le determinazioni diverse che quella piovra ha assunto nel mondo del lavoro).

Trattando di lavoro (lavoro desiderato da chi non riesce a trovarlo o lo ha perso, lavoro sempre più degradato e meno garantito per chi lo mantiene scontando il prezzo del ricatto della precarietà), non si può sfuggire all'obbligo della presa di coscienza critica che questa società italiana (ma non solo italiana, considerati gli aspetti derivanti dai processi di globalizzazione in atto), a causa della struttura economica –liberista ed iperliberista- che si va sempre più affermando e che viene propagandata come naturale ed incontrovertibile, ed a causa del sistema politico che da quella viene espresso e su cui si appoggia, si dimostra inesorabilmente, strutturalmente votata al degrado che sembra inarrestabile dell’ambiente, alla compromissione della salute, alla crisi della socializzazione e del lavoro (nel duplice aspetto della precarietà e dell'intensificazione dello sfruttamento).

D'altronde, non è neanche lecito trascurare che la stessa tendenza intrinseca alla differenziazione sempre più spinta delle sfere di attività e delle istituzioni può costituire una sfida inedita e un campo di applicazione privilegiato dell’iniziativa sociale, economica e politica orientata all’obiettivo del superamento del dominio assoluto della razionalità economica, e, cioè, dell'imperio della necessità, dell’assolutizzazione del valore di scambio, del feticismo della merce e dell'asservimento del tempo personale al tempo di produzione. La complessità e l'ambiguità della situazione dovrebbero suggerire di favorire l'emersione delle condizioni per uno sviluppo dell’economia e della tecnica (e, quindi, del modello di consumo) orientato a restringere il campo del potere del capitale finanziario, accrescendo, di converso, quello fondato sui criteri della qualità della vita. Si tratterebbe di operare per guadagnare spazi alle iniziative capaci di affermarsi a prescindere dalla razionalità economica, allargando il campo delle attività protese a ricollegare le finalità dell’economia alla soddisfazione di bisogni ampiamente diffusi, sentiti e fondamentali, al posto di bisogni artificialmente creati ed imposti al solo fine di permettere al capitale di accrescersi ed al commercio di svilupparsi forzando ogni soglia di nocività ecologica, psicologica e sociale. Non sarebbe forse possibile creare -ci chiediamo- spazi crescenti ed alternativi per la nuova agricoltura biologica ambientale, per i piccoli commercianti che resistono agli ipermercati, per gli artigiani tradizionali che si oppongono all’omologazione o per quelli ecoinnovativi, per le nuove professionalità che disarticolano il tradizionale tempo-lavoro, per chi lavora a prevenire il dissesto idrogeologico ed a valorizzare i beni culturali, l’industria dei parchi, dell’ambiente, della mobilità ecologica, per la nuova edilizia di restauro e biologica, per le nuove medicine, le erboristerie, per le diverse realtà impegnate a difesa degli animali, del mare, del turismo dolce, dello sport pulito?

Fino ad ora si è trattato sempre di soddisfare i bisogni con il maggior flusso possibile di merci, di produrre merci con le tecniche meglio vocazionate a consentire il conseguimento del maggior profitto e, infine, di privilegiare i bisogni la cui soddisfazione fosse la più redditizia per il capitale. Si tratterebbe ora di porsi l’obiettivo di rovesciare (o di contribuire, almeno, ciascuno per la propria parte, a rovesciare) questa tendenza, orientando in senso sociale ed ecologico lo sviluppo dell’economia. La questione all’ordine del giorno dovrebbe essere, allora, l’impegno a contribuire a modellare un sistema che sia contemporaneamente in grado di conservare allo stato, alla cultura, alla giustizia, ai mezzi di comunicazione di massa ed alla stessa economia le rispettive autonomie relative e di configurare e modellare, al tempo stesso, lo sviluppo economico e tecnico in senso sociale ed ecologico.

Il mito, condiviso sia dalla tradizione industrialista comunista che dall’ideologia borghese dell’ ”economia politica”, il mito cioè del produttivismo come base e condizione della ricchezza dell’uomo e della società, impedisce tuttora (anche alle forze tradizionali della sinistra) di prendere coerentemente atto di quanto pure è sotto gli occhi di tutti: che lo sviluppo delle forze produttive, alle attuali condizioni date, anziché promuovere ricchezza, emancipazione e liberazione, nella realtà dei fatti genera disoccupazione, espropria i lavoratori ed i cittadini dei loro residui frammenti di potere, radicalizza la divisione tra lavoro manuale ed intellettuale, attenta sempre più gravemente all’integrità dell’ambiente naturale e, anziché assicurare benessere e abbondanza per tutti, fa crescere i bisogni più rapidamente di quanto non possa soddisfarli, mantenendo ed anzi aggravando la povertà sociale ed economica. Questo dei bisogni indotti ed eteronomi è un punto chiave ed un passaggio obbligato per capire il senso profondo della crisi e per attrezzare linee strategiche per risposte praticabili e convincenti. La povertà sociale (il corrispettivo “civile”, si fa per dire, della miseria fisica e materiale a cui il modello produttivistico dominante ha condannato e condanna masse crescenti del terzo e del quarto mondo), fenomeno strutturale e funzionale al modo di produzione e di distribuzione dell’economia finanziaria e capitalistica, oggi, in presenza di una situazione di emarginazione e di espulsione crescenti e progressive dal mondo del lavoro, assume caratteri perversi e insostenibili riguardo alla stessa logica dell’economia globalizzante da cui è prodotta e tende a farsi socialmente insopportabile ed esplosiva.

Questa società che, nonostante distruzioni e sprechi inauditi, non ha saputo, né voluto o potuto eliminare la povertà, ma anzi la ha accresciuta, allargando continuamente la forbice tra diffusione dei bisogni e soddisfacimento dei consumi (e questo meccanismo infernale tende a farsi sempre più globale, dilagando dal nord al sud del mondo, dal “centro” alle più diverse “periferie”); questa società oggi si trova sul crinale del non ritorno. In questa verità di fatto si iscrivono le ragioni fondamentali e le necessità della ricerca di ipotesi praticabili di un'alternativa che vada verso una struttura sociale, economica, politica e culturale che attacchi alle radici l’inquinamento fisico, la polarizzazione sociale, lo sfruttamento economico e la passività politica e psicologica. O si supera la crisi passando oltre la razionalità economica dominante, oppure la logica interna del sistema imporrà soluzioni autoritarie e repressive (la strada è già stata aperta!), per poter sopravvivere in qualche modo alle sue stesse contraddizioni ormai insormontabili e non più componibili in un quadro di garanzie democratiche. I processi di globalizzazione in atto non possono, infatti, sfuggire alla necessità di fare, prima o poi, i conti con tutte quelle impasses con cui sono sempre più destinati a scontrarsi: impasses che ormai non sono più solamente economiche, ma sono anche sociali e politiche e, soprattutto, fisiche, naturali, in una parola, ecologiche. Basti ricordare come la spirale cieca del consumo opulento (per un verso, di massa, per un altro, socialmente polarizzato), fondato sulla distruzione e sullo spreco, abbia provocato non solo la sovversione dei cicli elementari fisici e naturali, ma anche la trasformazione delle scarsità relative delle risorse e delle materie prime in scarsità assolute ed insormontabili: non rischiano, forse, di esaurirsi oltre a svariate materie prime, ormai diventate rare, anche risorse che fino a ieri erano a disposizione di tutti, abbondanti e gratuite, come lo spazio, l’aria e l’acqua?

La soluzione del nodo non potrà non consistere allora che nell’iniziativa tesa a guadagnare sulla megamacchina politico-economica (quella che una volta si definiva il “sistema”) spazi sempre più estesi dove possa liberamente dispiegarsi una “logica di vita” che potremmo definire, per comodità espositiva, ecologicamente e socialmente sostenibile, mentre si cercherà di rendere il sistema stesso –negli orientamenti, nelle tecniche, nei limiti dello spazio che gli sarà assicurato, nelle restrizioni alle quali il suo funzionamento dovrà essere assoggettato- sempre più compatibile con questo libero sviluppo.

L’autolimitazione dei bisogni, democraticamente definita e percepita come riconquista dell’autonomia, potrebbe essere il colpo di volano, solo apparentemente paradossale, per rilanciare, insieme con  un riorientamento democratico dello sviluppo economico, ottenuto con la simultanea riduzione del tempo di lavoro e con l’estensione delle possibilità di autoproduzione cooperativa ed associativa favorita dalla messa in campo di attrezzature e di servizi socialmente qualificati e comunitari, un nuovo piano di sviluppo del lavoro, meno subordinato, meno degradato, più gratificante e, infine, più sostenibile.

alfonso cardamone