ancora giovani e già vecchi

 

Lo sappiamo. La nostra è una società frenetica che, giorno dopo giorno, semina nuove vittime. Guerre che non possono aspirare ad alcuna giustificazione. Catastrofi attese e provocate. Crimine organizzato. Sfruttamento esasperato.
Il futuro è appeso ad un filo sottilissimo, sorretto da pochi. La preoccupazione di perdere il lavoro, la disoccupazione, l'invivibilità e, insieme, la mancanza di nuove idee sono il tormento di molti cittadini. La possibilità di perdere l'occupazione oggi è un problema che riguarda tutta la società. Qualsiasi settore è minacciato da quest'incubo. Nessun operaio, impiegato, professionista può sentirsi al sicuro: tutti non sono indispensabili e quindi neanche necessari.
Ma perché siamo così preoccupati di perdere l'impiego? Potremmo trovarne un altro più comodo, con una maggiore retribuzione, con più tempo libero… Purtroppo, non è così. Nella maggior parte dei casi, perdere il lavoro vuole dire non lavorare più. Soprattutto, e paradossalmente, se si è in una fascia d'età compresa tra ventotto e trentacinque anni. Le poche opportunità d'impiego temporaneo o a tempo "indeterminato" vengono riservate per i più giovani, non per particolari meriti o per competenze specifiche, ma per gli sgravi fiscali e quindi per il risparmio di denaro garantito a chi li assume. Già, tutto si muove ed è mosso dal denaro. Tutti esistono (o non esistono) solo in funzione del denaro e senza di esso si è solo un numero… forse. Così, perdere il lavoro è nello stesso tempo perdere la propria dignità e diventare "vecchi" anche quando l'anagrafe ci dice che siamo giovani.
Anche chi scrive queste note, come tanti altri, purtroppo è invecchiato precocemente.
Approdato al mondo del lavoro giovanissimo (ventuno anni) e fortunatamente assunto con ogni diritto, dal 1986 al 1988 in una fabbrica di Frosinone, e dal 1988 al 1991 in FIAT come operaio specializzato (manutenzione impianti) a Cassino, nel 1992, stanco del lavoro alienante della FIAT, decido di investire i miei risparmi in una attività commerciale autonoma (cartoleria-copisteria) a Ceprano. L'inizio è molto duro, per i primi due anni lavoro ininterrottamente senza un giorno di sosta, cercando di investire tutto il guadagno per migliorare il servizio e la qualità. Resisto e vado avanti, anche perché all'epoca vivevo con i miei e potevo concedermi il lusso di non prendere stipendio alcuno dall'attività svolta. Nel '96 le cose cambiano: sembrava che mi trovassi dalla parte giusta del vento e, per la prima volta, potevo affermare di avere un lavoro che mi dava soddisfazione e remunerazione. Ma ecco che un bel mattino di fine 1997 i giornali danno l'annuncio dell'apertura di numerosi centri commerciali a Frosinone… Con il passare dei giorni e dei mesi il flusso diretto verso quei "centri" comincia a fare sentire i suoi effetti devastanti anche sulla mia attività. A novembre del 1998 mi vedo costretto a chiudere i battenti e, da allora, sono come suol dirsi a spasso, ancora giovane, ma già "vecchio".

antonio andreozzi