extracomunitari:
una minaccia o carne da macello?
A dar retta al coro (stonato) di tutti coloro che lanciano minacciosi strali verso i lavoratori extracomunitari, rei di soffiare i posti di lavoro ai disoccupati nostrani, si sarebbe portati a pensare che le maestranze della Fiat siano costituite in massima parte da albanesi, e che le aziende dell'alta Ciociaria pullulino di maghrebbini. Senza tener ovviamente conto dei cinesi e dei polacchi invasori dell'indotto metalmeccanico.
In realtà, alla data del 30 settembre 1999, risultavano essere 1249 i lavoratori extracomunitari ufficialmente occupati nella nostra provincia, soprattutto nei settori dell'agricoltura, dell'edilizia e del commercio. Alla stessa data, i disoccupati, sempre da stime ufficiali, ammontavano invece a 1113 unità.
A questi lavoratori, censiti e statisticati, vanno aggiunti quelli occupati "in nero", i quali - si rassicurino i "censores" - sono adibiti quasi esclusivamente a compiti di bassa manovalanza, per i quali non sempre è agevole un reperimento di manodopera locale.
Comunque sia, i cittadini extracomunitari presenti al lavoro nel territorio della nostra provincia costituiscono la fetta più discriminata di una categoria (manovali, operai, commessi, ecc.) già di per sé notevolmente svantaggiata in questa insidiosissima giungla del lavoro dipendente. Volendo, infatti, monitorare gli aspetti contrattuali di una serie di rapporti di lavoro che vedono impegnati i cittadini extracomunitari, viene subito in evidenza l'esistenza di disparità sistematiche di salario o di reddito a danno di siffatti lavoratori. E tale discriminazione coinvolge tutti i settori produttivi, constatato che troppo spesso viene corrisposta una retribuzione inferiore anche in quei casi di accertata parità di produttività potenziale. E si tenga presente che la volontà di discriminare una commessa marocchina o un attaccacalce macedone non riguarda una situazione ex post, cioè dopo la loro entrata sul mercato del lavoro, ove sussista la constatazione in itinere di scarsa abilità e/o scorretto atteggiamento verso il lavoro, bensì è frutto di un pregiudizio ex ante, originato dal gratuito convincimento che una retribuzione, sebbene inferiore a quella prevista dai vigenti CCNL, sia comunque un elemento satisfattivo che trova riscontro nelle aspirazioni economiche dei lavoratori extracomunitari.
Senza contare che il fenomeno è esteso a macchia d'olio, sicché un'impresa può agevolmente lucrare dal profitto derivante da eventuali discriminazioni, senza per questo dover fronteggiare la minaccia dei concorrenti che non discriminano. In barba ad ogni principio ispiratore dello Statuto dei lavoratori, che di questo passo non morirà certo di vecchiaia.
carmine pecci