un'alternativa:
il lavoro per il bene "essere"

 

La possibilità di creare occupazione e di produrre ricchezza attraverso un utilizzo corretto e sostenibile del patrimonio ambientale e culturale è uno degli argomenti più ricorrenti del pensiero ecologista moderno.
La questione nucleare degli anni 80 segna un salto di qualità nelle proposte del movimento ecologista: le ragioni, anche occupazionali, a sostegno dell'uscita dal nucleare furono così bene argomentate e supportate da convincere anche larghe frange del sindacalismo italiano della bontà di quella proposta.
Senza soffermarsi sul grado di applicazione e di successo di quella proposta, discorso troppo lungo, c'è da constatare come negli anni successivi il movimento ambientalista si sia adagiato su quella vittoria perdendo la sua capacità propositiva in un settore, quale quello del lavoro, in profonda trasformazione.
La conseguenza più grave di questo atteggiamento fu una crescente conflittualità tra le ragioni dell'occupazione e quelle dell'ambiente. Quante volte, negli ultimi dieci anni, abbiamo visto fronteggiarsi ambientalisti da un lato e lavoratori dall'altro per la chiusura o la riconversione di una fabbrica inquinante, per l'istituzione di un'area protetta, creando l'errata convinzione di una inconciliabilità tra tutela ambientale e occupazione?
Questa contrapposizione, ancora forte in alcuni settori, ha avuto conseguenze devastanti per il territorio, il movimento ecologista e i lavoratori, tutti attori perdenti in un gioco che favoriva sempre e comunque il grande capitale.
Negli ultimissimi anni il livello conflittuale è senz'altro diminuito, e ciò per diverse ragioni. L'ambientalismo politico, con tutti i suoi limiti, ha avuto la capacità di concretizzare in parte la sua proposta occupazionale, in passato molto generica, riuscendo ad ottenere dei pur minimi risultati. D'altro canto, la globalizzazione economica, l'innovazione tecnologica dei processi produttivi, con i loro devastanti effetti sull'occupazione nei paesi occidentali, hanno spostato il baricentro dello scontro sociale contribuendo, assieme ad altri e complessi fattori anche culturali, a quel processo di riavvicinamento e di nuova alleanza tra mondo del lavoro ed ecologisti in atto nei paesi occidentali.
I primi frutti di questo rinnovato dialogo iniziano a vedersi: uno studio dell'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza economica) di alcuni mesi or sono rilevava come le 60 mila attività economiche legate all'ambiente in Europa hanno creato un milione e settecentomila posti di lavoro. In Italia, uno studio del Ministero dell'ambiente ha calcolato in 9 mila i posti di lavoro creatisi nell'ultimo anno grazie ad attività "verdi" quali il recupero dei beni durevoli, la tutela e la valorizzazione delle aree protette, la depurazione delle acque e la bonifica, lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Sono numeri importanti, senza dubbio destinati a crescere, che ci impongono di accelerare su questa strada, ma che ci portano anche ad un'altra riflessione: l'enormità e la complessità della disoccupazione in Italia e in Europa, che conta oltre 20 milioni di senza lavoro, evidenziano tutti i limiti di incisività del lavoro "verde" così come concepito fino ad oggi.
La possibilità che il lavoro attraverso la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali rimanga a livello di "nicchia", o quasi, è molto reale. Per evitare che ciò accada, credo che occorra allargare il concetto di "lavoro verde", sostanziarlo con nuovi ed ulteriori contenuti, in modo da rispondere a quella che è una delle esigenze più forti della società contemporanea: l'esigenza di qualità della vita.
La risposta al bisogno di "umanizzare" i processi produttivi, di migliorare la qualità di ciò che mangio, che bevo o indosso, di gestire il tempo veramente liberato, di dedicarsi al proprio bene "essere", è capace, credo, di creare milioni di posti di lavoro finalmente stabili e socialmente utili (cosa ben diversa dai Lavori Socialmente Utili che conosciamo). Dunque un "lavoro verde" non più confinato nella sfera prettamente ambientalista ma allargato all'essere umano, alla sua socialità, al suo bisogno di qualità nelle relazioni con i suoi simili e con l'ambiente che lo circonda.
E' questa una consapevolezza che inizia a diffondersi solo ora tra le complicate maglie del movimento ecologista italiano ed europeo e occorrerà senz'altro del tempo perché si affermi, richiedendo un salto culturale non facile. Credo però che questo sia un passaggio obbligato, sia per chi è già ecologista e sia per chi farebbe bene ad affrettarsi a diventarlo; deludere le aspettative, sempre crescenti, nei confronti della proposta verde significherebbe dare un colpo mortale ad un'istanza che si presenta attualmente come l'unica vera alternativa al pensiero unico dominante.

domenico belli