editoriale

 

Ricorda René Guenon, in un breve ma affascinante saggio sulla trasmissione della Tradizione primordiale, come l'autore della Kabbale juive, Vulliaud, faccia allusione ad un “mistero relativo al Giubileo”, da ricollegare all'idea di Pace e ad un messaggio veicolato da due testi “sacri”. I testi sono tratti dallo Zohar e da Geremia. Il primo detta: “il fiume che esce dall'Eden porta il nome di Jobel”. Il secondo: “l'idea centrale del Giubileo è la restituzione di tutte le cose al loro stato primitivo”. Giubileo, dunque, come restituzione del maltolto, ritorno alla condizione “paradisiaca”, allo stato primordiale delle cose, allo stato cioè precedente alla spoliazione, al saccheggio, operati nel tempo, dalla voracità dello sfruttamento “proprietario”, non solo su quella che una volta veniva definita la forza-lavoro, ma anche su beni e risorse che dovrebbero essere ritenuti naturali, universalistici e indisponibili, in una parola “patrimonio comune dell'umanità”.
Lungi da me l'idea e l'intenzione di cimentarmi in una esegesi di testi sacri, per la quale non avrei né titolo, né competenza, né tanto meno passione. E però, mi sembra lecito e doveroso richiamare, da non credente tuttavia rispettoso –e profondamente rispettoso- del buon diritto dei credenti, le indicazioni di fondo che possono essere rintracciate nell'idea stessa di Giubileo. Perché il rispetto, proprio perché tale, non può essere che esigente, e pretendere la conferma della coerenza. Ed allora, ci piacerebbe riscontrare questa coerenza non solo nell'adesione spirituale dei credenti a quel messaggio, ma soprattutto nell'impegno pragmatico, politico e sociale a realizzarlo. Ma ci assilla il dubbio che forse chiediamo troppo. Chiediamo forse troppo non solo ai credenti delle varie confessioni religiose, ma anche ai laici e, soprattutto, a quella ridda di potenti della Terra, spoliatori e saccheggiatori di professione di interi continenti così come delle più disparate e disperate “periferie” del mondo.
Già nei primi anni '40, come ricorda in un acuto articolo di fine millennio Luigi Manconi (“Vi ricordate Seattle,” in “il manifesto” del 17 dicembre 1999), c'era chi osservava che, “con la diffusione del modo di produzione capitalistico, la persona, il tempo e la natura stessa diventavano merci”. Negli ultimi tempi, il trionfo generalizzato dei processi di globalizzazione ha finito per assoggettare a nuove forme di sfruttamento proprietario nuovi fattori ed aree sempre più estese di prerogative e di diritti. La logica del possesso travalica ormai le aree tradizionali dei beni di produzione, per invadere quelle della natura e della genetica., categorie di beni che dovrebbero essere considerati “patrimonio comune dell'umanità” e che invece si pretende di assoggettare alla selvaggia ratio economica. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi e che solo i ciechi (politici) non vedono o fingono di non vedere, dal degrado del lavoro (di cui abbiamo ampiamente discusso e documentato nel precedente numero di cittànova), all'abuso-dissipazione-manipolazione consumati sul corpo della terra-natura, agli attentati sempre più massicci ed a rischio di irreversibilità portati a nocumento del diritto alla salute individuale e collettiva.. Il Giubileo, credente o laico che sia, non potrà allora non fare necessariamente i conti con questa che il citato Manconi opportunamente chiama “la complessiva e articolata mappa delle diverse iniquità, ambientali e sociali, che si consumano sul pianeta”.

alfonso cardamone