saccheggio e restituzione
dalla globalizzazione al giubileo
Nell'anno giubilare Frosinone si conferma cenerentola dell'Italia Centrale, territorio a declino industriale e il progressivo smantellamento del suo tessuto produttivo è drammaticamente evidenziato, come abbiamo illustrato nel numero precedente di cittànova, dai dati occupazionali che suonano come un vero e proprio bollettino di guerra: il tasso di disoccupazione della provincia è passato dal 12,47% del 1990 al 21,42% del maggio del 1997 ed oggi, sommando ai quasi 100.000 iscritti alle liste di collocamento chi, pur in età da lavoro, non viene censito in quanto non presentatosi almeno una volta nell'anno agli uffici di collocamento, scopriamo che il numero dei senza lavoro sfiora la 250.000 persone. Una vera ecatombe che la dice lunga sulla solidità di un tessuto economico fortemente influenzato e modellato a partire dalla fine degli anni cinquanta dalla Cassa per il Mezzogiorno.
Eppure si dovrebbe riconoscere come la Ciociaria abbia effettivamente beneficiato degli effetti della Cassa. La sua collocazione all'estremo nord del sud, la vicinanza alla capitale e le infrastrutture viarie esistenti e realizzate hanno fatto sì che la Ciociaria sia stata per decenni una localizzazione privilegiata degli insediamenti produttivi finanziati dalla Cassa ed in molti casi, sicuramente molti di più che in altre realtà del Mezzogiorno, questo ha effettivamente portato alla creazione di veri insediamenti produttivi con una significativa ricaduta anche in termini occupazionali. Questa considerazione, però cozza con l'esame del dato demografico della provincia che mostra come con l'introduzione della Cassa non si sia invertita la vocazione migratoria del territorio che, anche se presente sin dalla seconda metà dell''800 ed evidentemente compensata dall'elevatissimo tasso di natalità, diviene drammatica a partire dagli anni cinquanta quando, nel giro di un ventennio, ovvero dal 1951 al 1971, si ha un saldo negativo di quasi 46.000 unità e cioè la perdita di un decimo dell'intera popolazione e solo nel successivo ventennio, quello caratterizzato dalla crisi economica e dalla fine della Cassa, nonché dal decisivo crollo delle nascite, si ha una decisa ripresa demografica della Ciociaria.
Un simile dato può dirci intanto una cosa.
L'aumento della capacità di produrre ricchezza e quindi l'aumento della ricchezza intesa come sviluppo dell'economia formale parametrata dal P.I.L. (prodotto interno lordo), non si traduce affatto automaticamente in un'equa ripartizione di detta ricchezza e nella sanatoria delle sofferenze economiche e sociali del territorio, ma, anzi, può tradursi in un saldo nullo se non negativo attraverso la distruzione di un'economia informale fatta ad esempio di agricoltura di sussistenza, di artigianato diffuso e mercato locale.
Se da una parte, cioè, arrivavano le fabbriche, la società opulenta dei consumi ed i soldi, dall'altra venivano meno le fragili ma preesistenti strutture economico-sociali indigene con la conseguenza che i settori sociali più deboli hanno continuato ad avere come unico sbocco possibile l'abbandono della propria terra e delle proprie radici e la via dell'emigrazione.
Se comunque le fortune ciociare erano date dai finanziamenti, dalle agevolazioni contributive e fiscali e dalla localizzazione logistica, quando il tessuto economico della provincia è stato chiamato a camminare con le proprie gambe, quando è stato chiamato a competere alla pari sul mercato, ha mostrato tutta la propria fragilità ed inconsistenza.
Ha mostrato da una parte insediamenti semplicemente decentrati da un centro imprenditoriale e decisionale rimasto altrove e dall'altra una tecnologia ed un'impiantistica spesso non competitive in quanto non stimolate dalle condizioni privilegiate di accesso al mercato fino ad allora godute.
La deindustrializzazione di questi ultimi anni ha poi posto in evidenza i guasti ambientali e sociali di una politica economica ed imprenditoriale completamente avulsa dalle caratteristiche naturali e sociali del territorio. L'agricoltura è ridotta in marginali sacche di resistenza. Il territorio è fittamente e caoticamente urbanizzato con una proliferazione di cemento ed asfalto che ha finito per distruggere in larga misura quello specifico paesaggio culturale fatto di una molteplicità di specie e di biotipi prodotti in secoli di attività umane compatibili con l'ambiente. I nostri paesi hanno finito per perdere la loro capacità di essere espressione e oggetto di identificazione civile e fonte di identità.
Di fronte a tutto ciò oggi, senza nulla imparare dalla storia, la ricetta che si propone per uscire dalla crisi è fatta di agevolazioni, fiscalizzazioni e infrastrutture (ma non era la ricetta della Cassa per il Mezzogiorno?), ovvero delle cose ritenute necessarie per favorire gli investimenti.
È così?
Le analisi e le valutazioni economiche che vanno per la maggiore non fanno altro che presentare soluzioni e ricette economiche e occupazionali concordi nel porre l'accento sulla necessità della competitività all'interno del mercato globale e sul fatto che detta competitività vada ricercata in termini di riduzione dei costi e di adeguamento alle esigenze del mercato (la famosa flessibilità). In ogni caso ogni sviluppo economico ed ogni reale prospettiva occupazionale sono relegati all'interno della vecchia logica produttivistica che valuta come unico metro di benessere la quantità di cose prodotte e vendute qualunque sia la loro utilità e qualunque sia il loro costo in termini di dissipazione del patrimonio naturale.
Ma un tasso di crescita planetario del P.I.L. del 4% annui comporterebbe un raddoppio della produzione in 18 anni e una simile dissipazione delle risorse non è neppure concepibile per le capacità di carico del pianeta! Solo per garantire all'intera popolazione della terra il nostro attuale tenore di vita gli scienziati calcolano che già oggi occorrerebbero tre pianeti come la Terra!
E' il grande tema della scarsità delle risorse: il mito dello sviluppo illimitato si è infranto contro il muro della realtà e contro i limiti fisici del pianeta. Un aumento dei consumi e un'ulteriore dissipazione delle risorse, oggi, sono possibili solo temporaneamente e in danno di qualcun altro cui sottraiamo la quota di risorse cui avrebbe diritto.
Essere competitivi allora, offrire cioè "sconti" al capitale finanziario, non garantisce affatto alcun rafforzamento in sede locale della sfera economica: come possono giungere investimenti attratti dall'offerta di vantaggi, quegli stessi investimenti possono trasferirsi altrove domani.
Il pianeta e il capitale naturale sono limitati e consentono ormai solo trasferimenti di ricchezza a favore di qualcuno ed in danno di qualcun altro. La ricchezza "produttivistica" non si acquisisce più per il "naturale impetuoso sviluppo delle inarrestabili attività umane", ma si acquista o si perde a seconda dell'interesse di qualcun altro che si trova altrove. Gli investimenti infrastrutturali, la depauperazione del lavoro attraverso forme di precarizzazione e flessibilizzazione sempre più spinte, gli incentivi economici e fiscali, ovvero tutte le ricette che si propongono in nome dell'occupazione e dello sviluppo economico, non offrono alcuna prospettiva reale e stabile di benessere per le nostre comunità. Esse sono solo funzionali all'impiego "usa e getta" del nostro territorio e della nostra comunità. Gli incentivi e le agevolazioni che dovrebbero attrarre gli investimenti non sono né temporanei né forieri di future fortune: essi sanciscono la classificazione in "serie B" del nostro territorio, lo "terzomondizzano", lo catalogano in una precisa categoria sul listino prezzi globale in concorrenza con altri territori parimenti classificati e con i quali dovremo lottare in termini di sempre più allettanti incentivi per assicurarci gli investimenti.
La sistematica e monoculturale insistenza che in materia economica e occupazionale da ogni parte preme nella direzione produttivistica, allora, è improvvida in quanto dissipatrice del patrimonio naturale, ma anche e fondamentalmente sbagliata in quanto non produttrice di un rafforzamento intrinseco del tessuto economico comunitario e, anzi, foriera della perpetuazione della subalternità dello stesso agli interessi di un capitalismo finanziario che lo eterodirige.
Se la Ciociaria è stata "dopata" sino a poco tempo fa dalla Cassa per il Mezzogiorno e ne subisce ancora e soprattutto oggi i devastanti effetti, la riproposizione di meccanismi analoghi, oggi, è foriera di ben più gravi conseguenze: non avremmo cioè a breve e medio termine quel temporaneo beneficio che la Cassa aveva comunque prodotto, ma solo peggiori condizioni di vita e di lavoro sancite da uno "status" di fatto passibile esclusivamente di ulteriore peggioramento.
edo lukaris