il giubileo ipocrita dei paesi ricchi

 

2.300 miliardi di dollari è il debito accumulato fino ad oggi dai paesi del terzo mondo; 560.000 i miliardi di lire sborsati dagli stessi paesi nel 1999 in interessi e rate di ammortamento. Queste alcune delle impressionanti cifre che ruotano attorno alla questione del debito estero dei Paesi in via di sviluppo (PVS).
Fenomeno relativamente recente, fino agli anni 70 infatti non si era mai posto, il "problema" debito esplode in tutta la sua virulenza del 1982 quando il Messico dichiarò, all'improvviso, di non essere in grado di pagare gli interessi sui debiti contratti (prima "debt crisis").
Molto complesso è il meccanismo che dalla nascita porta alla esplosione del problema: la crisi petrolifera dei primi anni 70' creò una enorme liquidità in capo ai Paesi esportatori e alle loro banche, liquidità che venne "sfogata" attraverso una politica del "denaro facile" nei confronti dei Paesi poveri caratterizzata da alti tassi di interesse e da condizioni particolarmente gravose per i debitori. Se a ciò aggiungiamo l'alto valore "imposto" al dollaro dalla Banca centrale americana e l'endemica corruzione dei Governi dei PVS, si ha un quadro abbastanza esauriente delle motivazioni storiche alla base della questione debito (motivazioni che, per ragioni di spazio, non è possibile approfondire).
Soprattutto per evitare il ripetersi di nuove "crisi", le cui ripercussioni sui sistemi finanziari occidentali possono essere gravi, i Paesi ricchi hanno da diversi anni intrapreso una politica di "alleggerimento" del debito. Gli accordi di Toronto in seno al G7 del 1988, quelli di Londra del 1991 e di Napoli del 1994, gli accordi HICP del 1996 hanno provveduto a ridefinire le scadenze di pagamento dei debiti di alcuni paesi particolarmente indebitati non incidendo però, se non in minima parte, sulla massa debitoria.
Tali iniziative inoltre non hanno certo impedito l'esplodere di nuove crisi finanziarie internazionali, come dimostrano le crisi della Russia, dei Paesi del Sud est asiatico e del Brasile avvenute negli ultimi tre anni.
I devastanti effetti del debito sul tessuto economico, sociale ed ambientale dei PVS hanno contribuito alla costituzione di un movimento internazionale di protesta, mirante alla cancellazione dei debiti contratti nei confronti dei Paesi ricchi. Questo movimento, composto da ONG cattoliche e laiche, da associazioni ambientaliste e sindacati, è man mano cresciuto con l'avvicinarsi dell'anno del Giubileo e si è organizzato nella Campagna Jubilèe 2000 (in Italia l'iniziativa ha assunto il nome di "Sdebitarsi, per un millennio senza debiti").
Sulla spinta dei profondi significati dell'anno giubileare (analizzati nel nostro editoriale), venti milioni di persone hanno sottoscritto la petizione rivolta ai paesi del G8 per una cancellazione unilaterale del debito dei Paesi poveri. Questa pressione internazionale ha avuto il grande merito di aver sollevato una questione per troppo tempo rimasta oscura al grande pubblico ed ha spinto i Paesi ricchi a mettere di nuova nell'agenda di discussione il problema.
I primi effetti della protesta iniziano a farsi vedere: diversi Stati, tra cui l'Italia, hanno dichiarato di voler precedere ad una cancellazione unilaterale del proprio credito verso i PVS, ma è su questo punto che va chiarito un possibile equivoco: il credito dello Stato italiano ammonta a circa 6000 miliardi, cifra alta ma ben poca cosa rispetto ai 35.000 miliardi dovuti dai paesi poveri alle principali banche nostrane. Tale situazione, più o meno nelle stesse proporzioni, si ripete in tutti i Paesi occidentali rendendo così sostanzialmente inutile la cancellazione del solo debito "istituzionale" senza incidere su quello dovuto ai privati.
La verità è che solo una profonda riforma del ruolo e delle funzioni del FMI e della Banca Mondiale, tra i più importanti creditori degli Stati del Terzo mondo, dei meccanismi del sistema finanziario internazionale, può realmente incidere sulle condizioni di vita degli abitanti del sud del mondo. Il problema è valutare la reale volontà delle istituzioni finanziarie e politiche di privarsi di un formidabile strumento, il debito appunto, che ha permesso fino ad oggi il controllo economico e politico dei paesi poveri, volontà sulla quale, ci sia consentito, nutriamo molti dubbi.

domenico belli / elena d'alessandris