la globalizzazione
realtà, rischi, prospettive

 

L'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse) definisce la globalizzazione come un “processo attraverso cui mercati e produzioni nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra loro, a causa della dinamica di scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia”.
Verrebbe da dire nulla di nuovo. Già Karl Marx e Friedrich Engels, sul Manifesto del partito comunista, descrivevano questo processo: “Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili – industrie che non lavorano più materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo nel paese, ma in tutte le parti del mondo”.
Poter accedere a mercati fino a poco tempo fa sconosciuti o inavvicinabili, non fosse altro per la distanza, gli elevati costi di transazione e le incolmabili asimmetrie di informazione, ed ottenere notizie in tempo reale circa la disponibilità di un determinato bene o servizio in qualunque parte del mondo esso sia reperibile, dovrebbe tradursi – almeno in via teorica - in un risparmio di costi e in un aumento della qualità della vita, facilitando lo scambio e il miglioramento dell'efficienza dei processi produttivi.
La globalizzazione di fatto consiste in un processo di inserimento di ogni paese e di ogni impresa in mercati mondiali sempre più aperti, caratterizzati da concorrenti sempre più numerosi e competitivi e da innovazioni tecnologiche che determinano la repentina nascita e scomparsa di interi settori economici.
È una trasformazione difficile. E quanto maggiore è la lentezza con cui tale percorso viene affrontato dal singolo paese tanto maggiore è la perdita in termini di competitività sui mercati e, di conseguenza, di livelli occupazionali e di standard di vita.
Se da un lato “entrare e stare” nel mercato globale richiede l'attuazione di politiche miranti alla riduzione dell'inflazione e del deficit, all'aumento delle esportazioni, all'incremento degli investimenti in nuove tecnologie e, di conseguenza, nell'istruzione e nella ricerca – politiche che risultano essere funzionali al miglioramento del benessere, cui difficilmente un paese può sottrarsi senza correre rischi - dall'altro la mondializzazione dell'economia si traduce più direttamente in tensioni economiche e finanziarie.
Non vi è alcun dubbio che la finanza e in genere i mercati finanziari stiano acquisendo un peso sempre più grande nell'economia reale determinando i piani di consumo degli individui, i piani di investimento delle imprese e le scelte dei governi. Se da una qualsiasi parte del pianeta, con un comando dato a un computer, si possono comprare e vendere azioni e valuta da un'altra parte del mondo, e se questo movimento può essere invertito nel giro di minuti o secondi, è logico che ci sia uno spostamento costante di capitali verso le zone di maggiore affidabilità, reale o presunta. Ma al di sopra di questo movimento naturale di capitali opera un altro flusso, sempre più consistente, di movimenti speculativi, che nascono cioè da una scommessa, al ribasso o al rialzo, sulla possibile evoluzione delle valute o dei titoli nei prossimi mesi, giorni o minuti.
In teoria non crea troppi problemi chi guadagna o chi perde la scommessa, perché nel complesso le due cose si compensano e il mercato rimane in equilibrio. Ma dato che i capitali sono collegati alle imprese e alle istituzioni (attraverso i fondi pensionistici ad esempio) e dato che i loro movimenti influiscono sugli interessi e sui cambi, le brusche fluttuazioni del mercato e la localizzazione geografica di chi vince e di chi perde influiscono sulle imprese reali, sui loro dirigenti, sui loro impiegati e sulle città e regioni in cui si trovano. Semmai, a livello di singolo paese, occorre chiedersi quali misure è opportuno adottare per evitare che un intero settore economico svanisca del tutto per effetto della perfetta mobilità di capitali che confluiscono là dove sono più remunerati.

Inoltre, la vita economica e politica è sempre più condizionata da accordi e trattati che impongono rigorosi sacrifici economici e di bilancio, che inevitabilmente si traducono, almeno nel breve periodo, in sacrifici per i cittadini. Eppure se queste “regole del gioco”, nonostante le numerosissime critiche, continuano ad essere la direttrice delle decisioni politiche comuni, ciò sta a significare l'accettazione del passaggio dai sistemi politico-economici nazionali all'economia mondiale.
Tuttavia, così come appare insensato rifiutare questa trasformazione in atto, altrettanto pericoloso è credere che questa, da sola, possa garantire lo sviluppo soprattutto là dove la globalizzazione si fonda esclusivamente sul liberismo economico più spinto.
Il libero mercato è lo strumento attraverso il quale si cerca di liberarsi dalle pastoie dei controlli politici, amministrativi e sociali sull'economia. Ma questo non assicura di per sé il miglioramento del livello di vita, la giustizia sociale, l'integrazione ed il progresso di lungo periodo. Infatti, uno sviluppo economico e sociale sostenibile, sia con riferimento all'equità intragenerazionale che a quella intergenerazionale, richiede non solo la mobilitazione di risorse sempre più diversificate (istruzione, fattori produttivi, comunicazione, nuove tecnologie) ma anche e soprattutto politiche di aggiustamento nella distribuzione dei redditi e di salvaguardia degli equilibri sociali da disuguaglianze e conflitti. In altri termini una qualche forma di controllo e tutela sociale.
Inoltre, l'idea neoliberista di un mercato svincolato da qualsiasi forma di controllo sociale porta ad interpretare l'aumento degli scambi internazionali, lo sviluppo di nuove tecnologie e la multilateralità del sistema di produzione come un sistema autoregolantesi in grado di assicurare la perfetta allocazione delle risorse e di conseguenza il benessere sociale.
Ma criticare il postulato del libero mercato autoregolantesi quale meccanismo perfetto di allocazione delle risorse significa essere accaniti oppositori della globalizzazione? Oppure tutto nasce da un equivoco di fondo, ossia il confondere la mondializzazione dell'economia reale con la mondializzazione della finanza e della speculazione?

I mercati finanziari sono dominati dalla crescente diversificazione dei meccanismi di investimento, sempre più separata dall'economia delle imprese. Oggi quasi tutte le operazioni di investimento finanziario possono essere effettuate solo attraverso programmi informatici, dato il livello di complessità e sofisticatezza degli strumenti messi a disposizione dagli intermediari finanziari. Una gran parte delle decisioni sono automatizzate per poter aumentare la velocità della transazione, guadagnando così preziosi secondi sulla concorrenza. La circolazione incontrollata di capitali e la possibilità tecnologica di realizzare guadagni infinitamente maggiori con i movimenti di borsa e non con gli investimenti nelle imprese stanno sconvolgendo l'economia reale, rendendola imprevedibile, disincentivando qualsiasi investimento che richieda tempo per dare i sui frutti.
Purtroppo le maggiori crisi economiche che si sono verificate nella storia hanno sempre tratto origine dalla turbolenza dei mercati finanziari e dalle asimmetrie di informazione. Soprattutto queste ultime rappresentano, a nostro avviso, la causa principale dei rapidi crolli borsistici cui seguono i rallentamenti dell'economia. Quanto più la componente di titoli che rappresenta imprese reali, che producono beni o servizi con operai, impiegati e stabilimenti, prevale nella gamma di titoli oggetto di scambio nei mercati finanziari, tanto maggiore è la probabilità che l'andamento di questi ultimi segua le vicende dell'economia reale: rallentamenti della produzione per effetto di calo della domanda reale si trasmettono automaticamente sul corso dei titoli deprimendone i prezzi. E vale il contrario: se vendo titoli di un'impresa che, per effetto della globalizzazione è riuscita a penetrare un nuovo mercato vendendo di più, otterrò un guadagno in conto capitale per effetto del maggiore valore che incorporano. All'opposto, se nei mercati finanziari transitano titoli virtuali, e soprattutto, se è possibile vendere ed acquistare da casa attraverso internet, senza una reale informazione sulle vicende delle imprese che hanno emesso tali titoli, la probabilità che prevalga la componente speculativa sulla totalità degli scambi tende ad aumentare. L'aumento non può tuttavia essere all'infinito: ci sarà qualcuno ad un certo punto –spesso ben informato e con grossi volumi di ricchezza– che, maturando aspettative al ribasso, venderà enormi quantitativi di titoli scatenando una corsa generale alla vendita che avrà l'effetto di riportare i tassi di crescita dei mercati finanziari agli stessi livelli –più o meno– dell'economia reale.
Le asimmetrie informative hanno formato oggetto di numerosi dibattiti nella teoria economica e molti economisti concordano sul fatto che, fintanto che sul mercato esiste qualcuno (la grande impresa multinazionale) che riesce ad escludere qualcun altro (il piccolo risparmiatore) dall'informazione (nuove fusioni, penetrazione di nuovi mercati, chiusura di vecchi mercati, speculazione) l'allocazione delle risorse non sarà mai ottimale.

gianluca muzi / luca savo