il futuro prossimo venturo
gli scenari
E allora quale evoluzione dovremmo attenderci nel prossimo futuro? Quali scenari caratterizzeranno il processo di globalizzazione?
Il crescente divario tra globalizzazione dell'economia reale e mondializzazione delle finanza potrebbe portare in un primo momento ad un crollo del sistema finanziario che avrà, con molta probabilità, effetti sull'economia reale quali:
- ridimensionamento delle aspettative di guadagno dei piccoli risparmiatori che stanno convogliando sempre più i propri risparmi verso forme di investimento virtuale a scapito di investimenti in azioni di imprese reali;
- perdite per i risparmiatori derivanti dal crollo del corso dei titoli e dalla sfrenata corsa alla vendita per l'effetto panico tipico delle crisi finanziarie cui abbiamo assistito, purtroppo spesso, negli ultimi anni;
- crescita dei tassi di interesse conseguente alle aspettative al ribasso del corso dei titoli. Chi ha bisogno di denaro da investire in processi produttivi reali, deve sopportare l'onere di pagare più interessi (o più dividendi se emette azioni) per rendere appetibili i suoi titoli ai piccoli risparmiatori;
- difficoltà di finanziamento a breve delle imprese già operanti, con il rischio di maggiori esposizioni di debito, per effetto dell'aumento dei tassi a breve conseguenti al crollo del corso dei titoli;
- ridimensionamento dei piani di investimento delle imprese a medio e lungo termine: se ho difficoltà a trovare soldi oggi, prevarrà la sfiducia e sicuramente non programmerò investimenti per domani;
- aumenti dei deficit di bilancio degli stati, quali l'Italia, che finanziano i disavanzi attraverso emissioni di titoli su cui pagano interessi. Tali aumenti potrebbero portare, in regime di scarsa fiducia dei risparmiatori e di vincoli comunitari sull'ammontare complessivo di debito pubblico, a maggiori tasse e a tagli alle spese (soprattutto alle pensioni, che sono in genere più semplici da attuare visto che la popolazione anziana non ha sufficiente peso politico).
Oggi il dibattito sulla globalizzazione non può ridursi ad una contrapposizione tra dirigismo e liberismo economico. La decisione di abbandonare il controllo dello Stato sull'economia deve essere accompagnata da una profonda riflessione sul come evitare di cadere in un'economia selvaggia che umilia i soccombenti e premia oltre misura i vincitori. Tra lo statalismo, specie se ottuso e corrotto, ed il capitalismo senza scrupoli della speculazione finanziaria esiste una terza via possibile: la costituzione di un nuovo sistema di gestione dell'economia basato sul rafforzamento delle componenti sociali.
E allora si possono comprendere parte dei vantaggi di un'economia globalizzata e organizzata come sistema dove tutti gli operatori, a partire dallo Stato, fanno la propria parte. Innanzi tutto le istituzioni devono adoperarsi per frenare il commercio internazionale selvaggio e orientato allo sfruttamento di manodopera nei Paesi dove i salari sono bassi. Il profitto è essenziale alla sopravvivenza delle aziende, ma non esiste una ragione oggettiva per cui la massimizzazione del profitto debba superare ogni rivendicazione della società nei confronti delle aziende. Questo rapporto di forza potrebbe e dovrebbe essere invertito.
La stessa priorità (quella della massimizzazione del profitto) animava il mondo degli affari un secolo fa e fu poi respinta dalla società. Il capitalismo socialmente rapace della fine del Diciannovesimo secolo ha prodotto la regolamentazione delle aziende, l'antitrust e la legislazione sul lavoro dell'era American Progressive, durante la presidenza di Theodore Roosevelt (1901-1909).
Dopo il crollo del 1929 e durante la Grande depressione, il New Deal di Franklin Roosevelt introdusse un'ulteriore regolamentazione delle aziende, nonché la tutela sociale. Nell'Europa occidentale un accordo tra i socialdemocratici e i cristianodemocratici creò, dopo la Seconda guerra mondiale, quello che è ormai noto come capitalismo sociale. Sotto influenze metodiste e marxiste, la Gran Bretagna creò lo Stato sociale.
Il risultato è che oggi gli Stati sociali europei non sono falliti: stime dell'Ocse mostrano che il livello della tutela sociale é molto più alto in Germania, Francia e Gran Bretagna che negli Stati Uniti, paese liberista per eccellenza.
Che cosa dovrebbero dunque fare le istituzioni? Non vi è dubbio che il dibattito sia ancora ad uno stadio iniziale e non si siano ancora sviluppate linee di pensiero consolidate. Tuttavia, senza la pretesa di essere esaustivi, il compito delle istituzioni -sempre più complesso dovrebbe perseguire su scala sovranazionale:
- la stabilizzazione delle relazioni commerciali;
- la regionalizzazione del commercio tra nazioni caratterizzate dallo stesso livello di sviluppo economico, incoraggiandone al tempo stesso la cooperazione al fine di migliorare le ragioni di scambio sui mercati internazionali;
- lo sviluppo dei controlli per limitare le pratiche predatorie e le conseguenze socialmente distruttive di alcune forme di commercio;
- una nuova definizione degli obblighi sociali del mondo degli affari premiando le condotte socialmente responsabili. Non ci si riferisce esclusivamente a temi di prioritaria importanza quali la cancellazione del debito internazionale delle nazioni più povere o la cooperazione allo sviluppo basata sul sistema di valori e sulle esigenze locali, in cui il donor non si configuri come il decisore ed il beneficiario delle politiche adottate. Ma anche e soprattutto alla definizione e al rispetto di adeguati standard sociali e lavorativi.
Per quanto riguarda le politiche interne, si possono fare brevi considerazioni, anche in questo caso non esaustive, ma indicative della necessità di un rafforzamento dell'intervento pubblico in un sistema economico convergente verso la globalizzazione.
Per l'Italia ad esempio, occorrerebbe continuare con la programmazione economica concertata con la Comunità Europea (Fondi strutturali) che anche se lentamente, sta consentendo di realizzare risultati piuttosto positivi, per effetto dei meccanismi di allocazione e controllo della spesa pubblica. La normativa nazionale e comunitaria è piuttosto ricca di incentivi per stimolare l'insediamento di nuove imprese e garantire la sopravvivenza di quelle esistenti. Dovrebbero, tuttavia, essere perseguiti l'obiettivo di rendere meno oneroso il costo del lavoro per le imprese con una attenta riforma del sistema pensionistico e, parallelamente, quello di favorire una maggiore flessibilità del lavoro.
L'aspetto tuttavia più importante e su cui dovrebbero intervenire maggiormente le istituzioni riguarda il meccanismo di informazione diffondibile sui mercati finanziari. Alla luce delle considerazioni prima esposte, non è possibile che i ritmi di crescita di questi ultimi siano notevolmente superiori ai ritmi di crescita dell'economia reale, per effetto delle grosse componenti speculative insite nella transazione dei titoli. L'effetto ricchezza derivante dai guadagni in conto capitale conseguiti nel gioco al rialzo rischia di essere completamente virtuale: a fronte di una domanda monetaria di beni di consumo fortemente crescente si contrappone un'offerta reale crescente ma a tassi inferiori. In genere quando ciò accade, e cioè quando la domanda monetaria supera l'offerta reale, non c'è via d'uscita se non attraverso un aumento dei prezzi che vanifica tutti i vantaggi conseguiti. Per questo motivo l'Amministrazione Pubblica dovrebbe prestare molta attenzione alla globalizzazione della finanza che rappresenta sicuramente una delle peggiori minacce della mondializzazione dell'economia.
gianluca muzi / luca savo