Scrivilo sull'agenda, c'e da mandare al tappeto il WTO.
Questo è stato il messaggio apparso su Internet lo scorso dicembre che ha preceduto la conferenza dell'organizzazione mondiale del commercio tenutasi a Seattle, alla quale sono accorse migliaia di manifestanti protestando contro la politica della globalizzazione adottata dalle multinazionali con il placet dei paesi industrializzati.
Ma è davvero preoccupante questo nuovo modello di sviluppo? Analizzando la questione solamente dal punto di vista ecologico, non ci sono dubbi; di questo passo le risorse naturali non saranno più in grado di soddisfare le esigenze dell'umanità. Facendo un passo indietro e tornando al 1992, alla conclusione del vertice sulla terra di Rio de Janeiro furono imposti degli indicatori atti alla misurazione del grado di sostenibilità del pianeta, raccolti sotto il nome di impronta ecologica. Questi indicatori si basano su tre criteri principali, suggeriti dal bioeconomista Herman Daly, sull'utilizzo delle risorse:
- il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve mai eccedere il tasso di riproduzione delle stesse
- il tasso di utilizzo delle risorse non rinnovabili non deve mai eccedere il tasso di sviluppo di sostituti rinnovabili
- i tassi di inquinamento non devono mai eccedere la capacità di assimilazione dei sistemi naturali
Questi criteri si scontrano fortemente con quelli imposti del modello industriale che caratterizza la politica economica dei paesi industrializzati, i quali sfruttano giornalmente le risorse naturali planetarie senza nessuna moderazione, aumentando fortemente le dimensioni della propria impronta a scapito di quella dei paesi in via di sviluppo.
In pratica l'impronta ecologica è uno strumento atto a misurare il grado di incidenza che ogni singolo abitante del pianeta ha nei confronti del suolo e delle sue risorse. L'unita di misura è l'ettaro, in quanto ogni volta che si consuma energia, per una qualsiasi azione, si prelevano risorse naturali, provocando un impoverimento del territorio.
L'uso indiscriminato di queste risorse ha fatto sì che a otto anni di distanza dalla Conferenza di Rio, la situazione non sia migliorata e il pianeta è sempre più in bilico, con la popolazione sempre più numerosa, maggiori consumi, più rifiuti e povertà, meno foreste e meno acqua potabile, meno suolo da utilizzare e con l'ulteriore riduzione dell'ozono nella stratosfera. Questo è provocato dallo stile di vita, chiamato benessere, di poco più di un quarto della popolazione mondiale, che giornalmente si nutre, si veste, usa elettrodomestici, viaggia in automobile, tutto ciò ad un ritmo talmente elevato che il sistema naturale non è in grado di potersi rigenerare per poter continuare ad offrire risorse.
Da qui la necessità, secondo il modello economico del nord del mondo, di prelevare risorse ad altri esseri umani, impedendo loro conseguentemente lo sfruttamento delle stesse.
Difatti ogni giorno si incide sempre più insostenibilmente sullo stile di vita di un indiano, di un africano o di un latino americano, cosiddetti terzomondisti, sfruttando la loro energia, il loro territorio e in alcuni casi la loro dignità, rendendoli protagonisti negativi del nostro benessere, soggiogandoli con debiti irrisarcibili e costringendoli e vendere ai governi industrializzati le proprie materie prime, privandosene.
Questa situazione emerge dallo studio dell'impronta ecologica di quarantasette nazioni effettuata dal Global Competitiveness Report del foro Economico Mondiale che dimostra come la disparità di utilizzo del territorio, tra nord e sud del mondo sia enorme, con i quasi 10 ettari consumati da uno statunitense a fronte degli 1,2 di un cinese, nonostante i secondi siano di un miliardo più numerosi.
Questo vuol dire che se un cinese cominciasse a consumare come uno statunitense in pochi anni non ci sarebbero più risorse disponibili.
Si impone quindi un cambiamento di rotta da parte dei governi, che dovranno assolutamente porsi il problema della sostenibilità del pianeta, convertendo l'attuale sistema produttivo, basato su un'offerta di gran lunga maggiore alla reale richiesta, con un modello più razionale, che imiti la natura, basandosi sulla riduzione dell'input di energia e materie prime nel processo economico; esistono innovazioni tecnologiche e mezzi operativi per affrontare una nuova economia. Non ci sono più scuse ed è necessario farlo.