editoriale
conservare per cambiare
Impronte e impronte. Perché questo titolo? Perché questo plurale? Che cosa sia l'impronta ecologica, al di là della definizione tecnico-scientifica ancora riservata in buona misura agli addetti ai lavori (ma che pure comincia a correre nella cosiddetta pubblica opinione), è di immediata intuizione, per il riferimento spontaneo al peso che l'uomo-consumatore lascia impresso sul pianeta. Si tratta di una consapevolezza immediata, fisica. Già di per sé importante e tale da destare alle coscienze più sensibili allarme e preoccupazione. Ma noi crediamo che, pur senza scomodare la definizione tecnico-scientifica di cui sopra (e di cui ci occuperemo, comunque, approfonditamente nel corpo del giornale) e attenendoci ai limiti della consapevolezza più diffusa, si debba avvertire il lettore che quel peso ha una origine ben precisa e conosce differenziazioni sociali e territoriali per un ventaglio amplissimo. Avvertirlo, ancora, che quel peso si articola a raggio esteso fino a travalicare non solo i limiti fisici del pianeta in quanto terra-natura, ma quelli della stessa fisicità complessiva dell' ambiente strettamente inteso (che è terra, verde, acqua, aria, paesaggio naturale e urbano e antropizzato), fino ad investire le regioni certo meno misurabili, ma non per questo meno concrete, del sentimento, del pensiero, dell'istruzione, dell'identità animale e dell' anima stessa.
La pressa che imprime le impronte è sempre la medesima: l'interesse economico proprietario e privatistico, ormai incontrollabile e incontrollato, santificato, garantito, ricercato, blandito, giustificato, perdonato. Le impronte, invece, molteplici: il cervello colonizzato, la vita clonata, duplicata, attentata nella sua unicità, nella peculiarità stessa delle sue radici.
Ed allora ci domandiamo, e vi domandiamo: chi sono irivoluzionari o più semplicemente gli innovatori? E chi i retrivi o più moderatamente i conservatori? Ditelo voi. Sono rivoluzionari e innovatori quelli che aumentano i pesi e le impronte, con questo mantenendo immutati ed anzi aggravando i meccanismi dello sfruttamento e del degrado, così della natura, come degli animali e degli uomini? E sono conservatori quelli che vogliono difendere natura e animali e uomini da questi attacchi selvaggi e barbarici, sapendo che così facendo, e solo così facendo, si possono cambiare anche quei meccanismi di sfruttamento, di degrado e di emancipazione?
alfonso cardamone