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Una certa idea d’Europa di George Steiner ( ed. Garzanti, 2006 )
Il saggio non è diviso in capitoli o paragrafi, ma si svolge come una conversazione con il lettore. L’argomento è la ricerca dei fattori di unità dell’Europa.
Steiner individua cinque fattori di unità europea: 1) Il primo è l’Europa ed i suoi caffè, quelli che i francesi chiamano cafés[1]. Nei cafés sono nate scuole poetiche, idee politiche, rivoluzioni, filosofie. Il Café, afferma Steiner, è un uso europeo continentale. In Europa nei cafés si trovano giornali e scacchiera. Steiner cita il locale amato da Fernando Pessoa, i cafés che appaiono nei “Racconti di Odessa di Isac Babel, quelli frequentati da Soren Kirkegaard. Questa frequentazione non è un uso né britannico, né russo, né americano, è soltanto europeo e va da Stoccolma alla Sicilia; cita ancora il Café Procope di Parigi dove si incontrarono per l’ultima volta Danton e Robespierre. Non potevano mancare i Café viennesi nel libro di Steiner. L’Europa è stata, e viene ancora, camminata[2]. Il secondo fattore di unità che Steiner presenta è la natura benevola dell’Europa. In Asia e negli Stati Uniti la natura è uno spettacolo di magnificenza, ma è anche terribile. Non solo! Le strade d’Europa, prosegue Steiner, sono state tracciate dai viandanti e dai pellegrini. Il viandante non sembra mai del tutto fuori dalla portata del prossimo campanile[3]. Il viandante non sembra mai del tutto fuori dalla portata del prossimo campanile[4]. Steiner cita molti esempi, fra cui la proverbiale passeggiata di Immanuel Kant che permetteva agli abitanti di Könisburg di regolare i propri orologi. Il terzo fattore indicato da Steiner riguarda i nomi delle strade e delle piazze intitolate ai grandi uomini del passato. È il peso della storia sugli uomini europei. In America le vie sono indicate da numeri o da nomi di alberi e fiori. Forse l’America è rivolta al futuro e l’Europa al passato, pensa Steiner. Città e paesi europei sono luoghi della memoria, che anche oggi non rinunciano ad intitolare strade e piazze ai loro cittadini illustri. Da questo terzo fattore di unità il discorso di Steiner diviene più complesso, perché questi luoghi della memoria hanno un lato oscuro: in una città francese la lapide che celebra Lamartine, il più idillico dei poeti, fronteggia un’iscrizione, dall’altro lato della strada, che ricorda le torture e il sacrificio di alcuni membri della resistenza del 1944. L’Europa è il luogo in cui il giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald, in cui la casa di Corneille s’affaccia sulla piazza del mercato dove Giovanna d’Arco venne orribilmente messa a morte. Troviamo ovunque memoriali dell’omicidio individuali e collettivo[5]. Il quarto fattore di unità indicato da Steiner è la doppia eredità di Atene e Gerusalemme. Steiner non ignora che il rapporto tra grecità ed ebraismo, e quindi cristianesimo, è stato difficile e che il contrasto ha prodotto anche aporie sociali. Il quinto fattore unitario è una consapevolezza escatologica, che possiamo trovare solo nella coscienza europea[6]. note: [1] Steiner, George, Una certa idea d’Europa, Garzanti, 2006, pagina, 29 [2] Steiner, George, op. cit., pag. 31 [3] Ivi, pag. 33 [4] Ivi, pag. 33 [5] Ivi, pagg. 37,38 [6] Ivi, pag. 46
Per coloro che vogliano approfondire quale importanza abbiano avuto nella cultura mitteleuropea i Cafés, è interessante l’ultimo libro di Joseph Roth edito dall’Adelphi: “Il Café della dodicesima musa”[1]. A Vienna esiste una consuetudine per cui si ha diritto di restare una giornata intera in un Café consumando una solo tazza di caffè. Frequentando questi luoghi accoglienti, arredati senza concessioni al lusso, riscaldati a sufficienza, sembra di respirare la stessa aria che ispirò la pittura di Gustav Klimt, le poesie di Rainer Maria Rilke. Non a caso l’incipit di uno dei più affascinati racconti di Stefan Zweig è dedicato ad un Cafè; si tratta di “Mendel, il bibliofilo”. Zweig narra che in un giorno di pioggia torrenziale si rifugiò in un Café e proprio mentre stava per andare via vide il tavolo dove Mendel, venditore ambulante di libri, sedeva per tutto il giorno in attesa del possibile cliente. Mendel conosceva tutte le edizioni di ogni libro stampato, prima di aprire un volume lo pesava e lo odorava. Quale differenza con i moderni fast food, che invadono le nostre città ed anche le antiche piazze d’Europa? Si mangia alla svelta e se si resta a conversare, la cameriera o il cameriere prega il cliente di lasciare il posto al successivo avventore, creando un’assurda catena di montaggio del bisogno alimentare. C’erano meravigliosi “Café” nella Germania della Repubblica di Weimar, nei quali nacquero l’espressionismo ed il dadaismo, frequentati da registi quali Fritz Lang, Pabst, Murnau, da poeti come Mühsam e poetesse come Else Lasker Schüler, da registi teatrali quali Erwin Piscator, da pittori come Kandinkji ed Oscar Kokoschka.
In Italia una rivista letteraria si è chiamata non a caso “Il Caffè”. L’idea del fast food è poco europea e poco letteraria. Non a caso Piero Citati nel suo saggio “La mente colorata” sostiene che la letteratura europea nasce nell’Odissea, allorché Ulisse racconta le sue storie bugiarde prima alla corte dei Feaci e poi, sottospoglie di mendico, nella povera dimora del porcaro Eumeo. Dai racconti alla corte dei Feaci, afferma Citati, nascono le fiabe e le narrazioni di maghi e streghe; da quelli narrati ad Eumeo sorge la letteratura picaresca. La tavola imbandita è per gli europei il luogo dove si incontrano gli amici e dove si racconta. Oltre alla passeggiata di Kant, esistono molti altri esempi: a Heidelberg esiste la “Philosophenweg” (la via dei filosofi), a Recanati la passeggiata di Leopardi, in Francia al Col d’Ez la passeggiata di Nietzsche, a Praga la passeggiata di Kafka. Non c’è dubbio che in altre città, cittadine, paesi esistano passeggiate di poeti, scrittori, scienziati. Il libro scritto dai fratelli Grimm poteva nascere soltanto in Europa. I due fratelli percorsero la Germania di villaggio in villaggio ascoltando le narrazioni di fiabe da voci di madri e nonne, riscrivendole poi in tedesco, poiché quelle donne narravano nei dialetti delle loro terre. Una delle ultime considerazioni di Steiner è sulla diversità di lingue esistente nel vecchio continente, che sembra ora una ricchezza e non una fonte di difficoltà. La stessa considerazione è stata espressa nell’inserto domenicale de “La Repubblica” del 26/ 02/06 da Moni Ovadia, che anche a proposito dell’Europa da camminare cita dei versi di Kavafis: “ Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga/ fertile in avventure e in esperienze/ fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio/ metta piede su l’isola, tu ricco/ dei tesori accumulati per strada/ senza aspettarti ricchezze da Itaca… . Ogni nazione europea ha una propria storia ed una propria lingua. È in atto un assalto mediatico alle lingue. Si sostiene da più parti l’imprescindibile necessità della conoscenza della lingua inglese. La divisione babelica delle lingue è forse un dono divino. La lingua inglese ha la dignità di tutte le lingue del mondo, tuttavia ciò che si tende ad insegnare ai giovani europei non è per nulla la lingua inglese, piuttosto un suo surrogato, una sua riduzione ad espressioni atte ad usare il computer, quasi cento parole facilissime da apprendere, ma non certo formative. È senz’altro vero che nell’Impero romano il latino rappresentò la lingua comune di molti popoli, così come è avvenuto per il tedesco nell’Impero asburgico e per il russo nell’Unione Sovietica, ma è anche vero che fra quei popoli nacquero grandi scrittori, poiché quelle lingue non vennero ridotte ad un uso soltanto pratico. Un mondo con una sola lingua, con un solo modo di esprimersi sarebbe un’indicibile povertà culturale. Il giovani europei dovrebbero studiare certamente l’inglese, ma non mandare disperso il meraviglioso patrimonio linguistico delle nazioni europee. Leggere Goethe in tedesco, Strindberg in svedese, Tolstoij in russo è un’avventura affascinante. Si può dissentire dall’affermazione di Steiner riguardo all’America volta al futuro o la si può abbracciare, ma è pur vero che gli Europei sono convinti che la Storia sia magistra vitae. Può darsi che gli europei siano caratterizzati da una sopravalutazione della storia e della cultura in generale. Vi sono tuttavia ragioni valide per tale forma mentis europea: il vecchio continente è stato dilaniato da guerre intestine, che a ragione Steiner chiama “fratricide”. La prima guerra mondialie non produsse soltanto danni economici e perdite di uomini e donne, ma scavò anche odii profondi tra le varie nazioni europee, che il fascismo ed il nazismo seppero sfruttare quale fonti di propaganda politica; la seconda guerra mondiale mostrò al mondo quali barbarie possano nascere dalle guerre. Dalla assurdità dell’odio fra i popoli, prodotta dal primo conflitto mondiale e dall’orrore della seconda guerra mondiale sembra che gli europei abbiano finalmente imparato. Oggi una guerra tra nazioni europee è impensabile e perfino le ultime rivoluzioni sono state incruente: la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan, la rivoluzione delle rose in Georgia, la rivoluzione di velluto in Serbia, la rivoluzione arancione in Ucraina. Non a caso Romano Guardini nel volume “Europa”[2] indica il vecchio continente come futuro portatore dei valori di pace. L’America è troppo legata all’idea, afferma Guardini, della corrispondenza tra felicità e progresso tecnologico, mentre l’Asia si sta distaccando eccessivamente dal proprio passato. C’è ancora qualcosa da sottolineare: tra Europa e Stati Uniti esistono dei fossati profondi: il primo è la nuova vocazione pacifista dell’Europa, il secondo è rappresentato dalla presenza della pena di morte negli U. S. A. La grande differenza non risiede solo nel modo di praticare la sanzione penale, ma nella concezione di essa: nel pensiero americano la sanzione è punizione, mentre per quello europeo la sanzione è soprattutto emendamento. Alla base dell’idea europea si ergono secoli di filosofia morale che indicano agli uomini princípi di vita spirituale. Forse l’Europa esagera nell’assegnare alla cultura tanta importanza, ma proprio il rifiuto della pena di morte è il segno dell’idea che è dovere morale degli uomini cercare di costruire il migliore dei mondi possibili. È ancora la lezione di Kant che risuona: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me. note: [1] Roth, Joseph, Il Caffè della dodicesima musa, Adelphi, 2005 [2] Guardini Romano, Europa, Morcellania
Il pericolo di una dipendenza mediatica era stato già avvertito tempo fa’ da Eugenio Montale ed indicato nel volume “Nel nostro tempo” di Eugenio Montale, edito dalla Biblioteca dell’Istituto Accademico di Roma nel 1972, che racchiude una serie di pensieri sulla massificazione della cultura e la validità della poesia come arte in movimento e edificante. Già allora Montale vedeva il pericolo dell’invasione dei mezzi di comunicazione di massa per la cultura e per l’individuo, pericolo da cui ci si può difendere con i libri e con le grandi aspirazioni culturali.
Citati, Piero, La civiltà letteraria europea, Milano, Mondadori
Montale, Eugenio, Nel nostro tempo, Biblioteca dell’Istituto Accademico di Roma, Roma, 1972 Guardini, Romano, Europa, Morcellania, 2004 Roth, Joseph, Il Caffè della dodicesima musa, Adelphi, 2005 Steiner, George, Una certa idea d’Europa, Garzanti, 2006 Scheda proposta da Mario Amato, germanista, poeta e narratore, marius2550@yahoo.it |
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