 |
La biblioteca ritrovata
Mario Amato
|
Avvolto nella sua coperta il Professor*****, ogni sera prima di addormentarsi, riordinava la sua biblioteca.
In verità l’ordine cambiava sempre: una sera egli disponeva i libri secondo il genere, un’altra secondo l’epoca storica, un’altra ancora secondo gli autori oppure secondo la casa editrice.
La libreria, situata all’ultimo piano del suo palazzo, era stata costruita da un suo avo nei primi anni del 1700 ed ogni membro della famiglia aveva contribuito, secondo le proprie inclinazioni di lettore, ad arricchirla di preziosi volumi.
Al professore sembrava di aver trascorso la maggior parte della sua vita nella biblioteca, dove aveva studiato e letto per ore e ore, seduto alla scrivania, anch’essa frutto del lavoro del suo antenato falegname, di cui tuttavia nel corso degli anni si era perduto il nome. Anche quando non leggeva, egli si aggirava tra gli scaffali e guardava i volumi oppure chinava la testa, la abbassava, la alzava, dando uno sguardo ai titoli sul dorso dei libri e progettando di leggere nei mesi successivi alcuni dei tesori presenti nella stanza.
Di libri viveva, di libri parlava ai suoi ragazzi a scuola, ammonendo, un po’ scherzosamente, che “non leggere è l’ottavo peccato mortale”. A causa di questa mania una sua collega lo chiamava “uomo biblioteca” ed egli ne era ben lieto, poiché per lui le biblioteche rappresentavano gli unici luoghi sacri. Egli provava piacere nel mettere ordine alla biblioteca, perché ogni libro letto gli ricordava un periodo della vita ed ogni libro non ancora letto rappresentava una speranza.
Quando disponeva i cari volumi per epoca storica, iniziava dall’epoca classica: riponendo i “tragici greci”, il professore pensava a quando era stato studente e il suo insegnante parlava con entusiasmo di quel luogo ove il teatro non era intrattenimento, bensì religiosità; inoltre egli immaginava i cittadini di Atene o di Tebe o di un’altra città mentre in silenzio assistevano alla rappresentazione e riusciva, con la forza dell’immaginazione, perfino ad udire gli attori pronunziare con enfasi i meravigliosi discorsi. Naturalmente tra le opere greche l’“Odissea” aveva un posto d’onore: egli amava le grandi menzogne di Ulisse e le sue infinite avventure. A questo punto tuttavia l’ordine aveva una deviazione: il mare non era più il Mediterraneo, ma si trasformava nel grande oceano solcato dalla baleniera Pequod a caccia della balena bianca. La biblioteca si riempiva dei profumi esotici delle isole dei mari del sud, si udiva un marinaio gridare “Balena a vabordo, soffia, soffia laggiù”. Il professore teneva per un po’ in mano il libro, poi lo riponeva in uno scaffale speciale dedicato ai volumi più amati, a quelli che spesso rileggeva, poi tornava alla letteratura classica, a quella latina, che tuttavia considerava inferiore alla greca, eccezion fatta per il “Satyricon” di Petronio, assoluto capolavoro di ogni epoca di decadenza. Sfogliava le pagine e subito, ormai per inveterata abitudine, trovava il brano prediletto, il pranzo di Trimalcione. Poteva vedere i servi portare l’enorme vassoio e sentire il profumo del cibo. Si sedeva e leggeva in silenzio. Nella biblioteca cominciavano a filtrare le prime rosee luci dell’alba, sì che il professore doveva rimandare quel suo faticoso e piacevole passatempo alla sera successiva, quando disponeva nei ripiani i poemi medioevali: iniziava dal capolavoro assoluto, dalla “Divina Commedia”, ma naturalmente era costretto nuovamente a sedersi ed a rileggere i Canti prediletti, che in realtà conosceva a memoria; egli amava in particolare anche altri poemi, come il “Canto dei Nibelunghi”, storia di una terribile vendetta femminile, e il “Parzifal” di Wolfram von Essenbach; si sentiva un cavaliere della tavola rotonda alla ricerca del Santo Graal. Se davvero si potesse avere un calice capace di guarire tutti i mali dell’umanità, soprattutto quelli spirituali! Un rimedio in realtà, a parere del professore, esisteva: i libri! Ecco, egli pensava, dentro la mia biblioteca, anzi dentro tutte le biblioteche, le guerre non esistono, sono mondi di pace; se tutti gli uomini si dedicassero anima e corpo alla lettura, non avrebbero tempo per costruire armi ed uccidersi a vicenda. No! Non ci sarebbero guerre! Senza guerra anche il professore avrebbe avuto ancora la sua biblioteca, perché egli non la possedeva più da tempo. Una guerra l’aveva distrutta, insieme a tutta la sua famiglia.
Il professore aprì gli occhi, guardò il sole sorgere sopra l’arcata del ponte sotto cui dormiva, si alzò dolorante ed infreddolito, spolverò con le mani la logora uniforme da soldato semplice, unico vestito rimastogli, salì le scale per trascorrere la giornata mendicando o cercando qualche piccolo lavoro.
Aveva uno scopo nella vita: comprare tutti i libri persi e ricostruire la sua biblioteca. Ogni sera, però, l’avrebbe ricomposta con la memoria, perché anche gli uomini come le biblioteche sono memoria…(1)
(1) La storia si limita ai libri di letteratura, ma la biblioteca del professor ***** era fornita di libri di ogni argomento.
novembre 2009
in narrativa:      |
|
dello stesso autore:                                                                     |
|