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L’uomo dai mille(1) libri
Mario Amato
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La mia famiglia possedeva un casolare in montagna, non tanto lontano da un piccolo paese nella valle da restare troppo isolati e non troppo vicino, sicché ci si poteva distaccare dal mondo.
Di questo casolare mio padre aveva fatto la sua biblioteca personale e spesso, quando poteva permettersi una pausa dal lavoro, si ritirava in solitudine per qualche giorno. Ciò avveniva sempre più spesso dopo la morte di mia madre. Egli si seppelliva tra i suoi adorati volumi per riemergere alla luce del sole sollevato in qualche modo dal dolore della perdita. Lo stato di quiete non durava a lungo ed egli tornava nel suo rifugio.
A volte mi permetteva di accompagnarlo ed io ne ero felice, sebbene a quel tempo, ancora ragazzo, non fossi dedito alla pratica della lettura. Erano giorni di silenzio, ma nell’abitazione c’era una dispensa provvista di viveri di ogni genere e un piccolo orto. Io provvedevo a preparare i pasti per noi due ed alla legna da far ardere nel camino, nelle fredde giornate invernali. Quando non ero impegnato in questa attività, passeggiavo nei boschi o scendevo giù in paese, dove avevo fatto qualche conoscenza. A qualunque ora rientrassi, trovavo mio padre seduto nella sua poltrona con un libro aperto tra le mani.
Questa immagine è rimasta nella mia memoria: lo vedo così, silente, concentrato, come se intorno a lui il mondo fosse improvvisamente scomparso.
Ho compreso solo tanto tempo dopo che il mondo, quello in cui viviamo ogni giorno, era scomparso ed egli era emigrato in altri fantastici mondi.
Nei suoi ultimi anni mio padre, senza più incombenze di lavoro, si dedicò alla sua biblioteca: quando non ci recavamo al casolare, viaggiavamo di città in città soltanto allo scopo di comprare libri. Il mio genitore provava un piacere sottile nel riporre un libro letto nello scaffale e nel prenderne un altro; questo diletto si poteva leggere – è il termine adatto – non solo nei suoi occhi, ma perfino nel suo corpo, così come si leggeva il suo godimento nell’ascoltare il fruscio delle pagine che sfogliava con devozione o perfino nell’odorare la carta di qualche antico volume. Talvolta tuttavia il libro gli cadeva aperto sulle ginocchia ed egli restava per qualche tempo con gli occhi aperti da cui scendevano lentamente lacrime. Non osavo mai avvicinarmi, perché sapevo bene a che cosa fosse dovuto il suo pianto.
Una volta, in quei rari casi in cui mi parlava, mi aveva confidato che leggere era sì un piacere infinito, ma s’insinuava dentro di lui la tristezza per non poter condividere più quelle letture con mia madre. Si erano conosciuti in una biblioteca e parlando di libri si erano innamorati. Spesso leggevano insieme ad alta voce, alternandosi anche dopo il matrimonio, anche dopo la mia nascita. Del resto, anch’io ricordo bene la voce di mia madre che mi leggeva libri di fiabe o d’avventura in varie lingue. In realtà non ho memoria di mio padre intento a leggermi qualche storia. Egli non mi ordinava mai di leggere, né mi esortava a farlo, ma si limitava semplicemente a dirmi che la lettura è la più bella attività che sia stata inventata. Qualche volta pensavo invece che egli non mi spronasse a leggere perché forse era geloso dei suoi libri, ma è ovvio che sbagliavo.
Più gli anni trascorrevano, più i momenti di tristezza aumentavano per mio padre. Egli sentiva che stava per giungere il momento di rivedere la sua consorte. Come era logico, egli finì i suoi giorni sulla sua poltrona con un libro aperto sulle ginocchia. Ho ben chiare nella memoria le sue ultime parole: “Sono sicuro che rivedrò tua madre e sono sicuro che il posto dov’è, è una biblioteca”. Così egli spirò.
Ciò che era accaduto a mio padre, avvenne anche a me. Non si è figli per caso! Il mio animo si riempì di malinconia ed iniziai anch’io a vivere sempre più a lungo nel casolare montano, finché decisi di chiudermi per sempre tra i libri. La dispensa era ancora piena, la legna non mancava. All’inizio cominciai anche a segnare le date, ma poi mi resi conto che il tempo non aveva alcun valore in quel luogo. Trascorrevo sempre più tempo seduto assorto nella lettura. Sentivo a volte i tuoni dei temporali e vedevo sfavillare i fulmini, ma i volumi mi trasportavano sempre più lontano. Avevo deciso di uscire solo quando i viveri sarebbero finiti; invece ciò accadde ben prima. Avevo sentito talvolta qualche voce umana, forse qualche coppia d’innamorati, ma mi era ben guardato dal farmi notare, anzi avevo chiuso le imposte, in modo che si pensasse che la casa fosse completamente disabitata.
Un giorno invece sentii un grande clamore, grida, musica. Non avevo intenzione di uscire, ma il trambusto non cessava, anzi si avvicinava. Fui costretto ad aprire la porta: dinanzi a me c’era una piccola folla che innalzava grida di gioia, c’erano musicanti con trombe e fisarmoniche. Iniziarono a danzare nel mio giardino e qualcuno mi faceva cenno di unirmi alla festa. Chiesi ad una donna che cosa fosse accaduto. La risposta mi lasciò attonito: «La guerra è finita». Quale guerra? Stavo per chiedere, ma qualcosa mi trattenne. Solo dopo qualche giorno scoprii dai giornali che c’era stata una grande guerra che aveva coinvolto molte nazioni. Ero stato chiuso quattro anni, leggendo libri, mentre altri uomini della mia generazione combattevano e morivano. Non riuscivo a sentirmi colpevole, sebbene fossi stato un disertore. Rinchiuso volontariamente nella biblioteca, non avevo avuto notizia di alcuna guerra. Ero forse colpevole? So bene come si sfoglia un libro, ma non avevo mai maneggiato un’arma in vita mia, anzi non ho idea neanche di come siano fatti quei terribili strumenti di morte. La guerra era finita, una guerra di cui non sapevo nulla.
Trascorsero alcuni anni, nei quali vissi una vita del tutto normale: andavo raramente al casolare di montagna. Chissà? Forse mi sentivo davvero in colpa, forse quando venivo a sapere che un ex compagno di scuola o un semplice conoscente era morto in guerra, provavo rimorso. Insieme a quel sentimento, però, sottentrava anche la nostalgia per quegli anni trascorsi nella biblioteca. Perché, mi chiedevo, riuscivo a commuovermi per avvenimenti letti sui libri e non per reali tragedie? Oh sì, provavo dolore per persone conosciute che non avrei mai più visto, ma dai miei occhi non cadevano lacrime. A lungo provai questi sentimenti contrastanti, fino a quel giorno in cui la radio annunciò l’inizio di una seconda grande guerra.
Il casolare era ancora intatto, la dispensa ben fornita, la legnaia piena.
Non so se questa nuova guerra sia finita o sia ancora in corso. Vivrò nella biblioteca fino al mio giorno. Leggendo diventerò pagina, parola, lettera, geroglifico.
Ho un solo desiderio: divenire libro…
(1) Mille è usato nell’accezione biblica nel senso di numero infinito
novembre 2009
in narrativa:      |
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