Educazione fisica e sportiva e disagio sociale giovanile

di Edo Zocca

 

Ogni esperienza umana, come lo sport o l'educazione fisica, vive e a volte patisce la stretta interdipendenza con la realtà di quella cultura nella quale si manifesta e che l'ha prodotta. E' ormai un luogo comune chiedersi se quella cultura che produce effetti nefasti non contenga essa stessa alcuni consistenti irrisolti problemi, ma cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione solo sul mondo dello sport e dell'educazione fisica.

L'educazione fisica e lo sport di cui si intende parlare, non è quel tipo di educazione fisica e di pratica sportiva descritta minuziosamente nei programmi proposti per le varie scuole di "ogni ordine e grado" o in bella copia sulle presentazioni degli intendimenti di tutti gli scritti delle diverse associazioni e di ogni federazione sportiva, ma è quell'educazione fisica e quello sport che si pratica nella scuola italiana e nel tempo libero dei cittadini.

Si constata, infatti, una profonda differenza, sembra incolmabile, tra quelli che si ipotizzano essere gli scopi, le mete di questi scritti e quello che nella nostra società italiana si fa per sviluppare la cultura dello sport e l'educazione motoria dei suoi cittadini.

I problemi dell'educazione fisica e dello sport, all'interno del nostro discorso, che ha la pretesa di comprendere ciò che sta avvenendo concretamente nella realtà di tutti i giorni, dentro le scuole o sui campi di gioco, dentro e fuori degli stadi della nostra penisola, fondamentalmente, si traducono in problemi di comportamento. Sembra che questi aspetti della vita culturale e sociale del nostro tempo, l'educazione fisica e lo sport praticato, visto, letto e del quale si parla, contengano elementi insondabili, quasi si parlasse di qualcosa del tutto non verificabile, od osservabile secondo i comuni criteri della logica.

Nel rumoroso e ricorrente dibattito che si fa sull'educazione fisica nella scuola e sullo sport, si cerca, per esempio, di trovare una risposta convincente alla demotivazione o alla violenza individuando nei comportamenti aggressivi la causa degli stessi comportamenti aggressivi. Il cerchio poi si chiude spesso in un modo del tutto insensato:

Siccome poi tutti sanno che è molto difficile cambiare la società, parliamone intanto, parliamone spesso: succederà pur qualche cosa, ma che non si tocchi, per "carità" il modo di educare allo sport.

E, se il problema fosse proprio lì?

Se la soluzione del problema fosse proprio da cercare nelle azioni e nelle iniziative di coloro che s'interessano d'educazione fisica e di sport? Se la causa della violenza nello sport nella nostra società fosse proprio da cercare nell'educazione che si pratica nella nostra scuola e dentro le associazioni dove i ragazzi italiani passano tante ore del loro tempo libero?

Ciò che vorremmo indagare e, speriamo anche capire, riguarda fondamentalmente il campo dell'educazione e dei linguaggi, meno le caratteristiche delle discipline o dell'operare nel mondo dello sport.

In altre parole la domanda potrebbe essere questa :

Perché l'educazione fisica e sportiva è essa stessa un linguaggio strutturato, è disciplina che "consegna" alla nuova generazione i movimenti, i gesti e i giochi che la generazione degli educatori che la precede ha riconosciuto come efficaci per sé.

Colui che è educato, in altre parole colui che ha conseguito positivamente gran parte degli obiettivi dell'educazione fisica, saprà fare più cose e meglio di chi educato non è. Come colui che possiede più parole nel suo vocabolario saprà rivelare più di sé agli altri e magari comprendere di più anche gli altri.

Colui che è educato, (sempre dal punto di vista del possedere conoscenze, abilità, capacità e comportamenti universalmente riconosciuti per conseguire degli scopi utili per sé e per il mondo), saprà comportarsi nella realtà in modo più significativo per tutti.

Il problema al quale siamo chiamati a rispondere, infine, è questo: valutare responsabilmente, in educazione fisica e nel mondo dello sport, quali siano i comportamenti utili a sé e agli altri da imparare prima e da riprodurre in società poi.

Ma questo definire i comportamenti utili per sé e per gli altri non è un problema semplice.

La valutazione del senso delle azioni, delle conoscenze o dei comportamenti da insegnare in educazione fisica ci costringe a tirare in campo molti aspetti dell'educazione nella nostra realtà culturale, c'è spesso il pericolo di perdere il filo del discorso: nell'analisi particolareggiata di obiettivi che sembrano essere, al primo approccio, molto importanti o, precipitare nel "non senso" e credere che qualsiasi attività dell'educazione fisica e dello sport siano attività educative, utili quindi allo sviluppo di personalità sociali.

C'è un ulteriore pericolo concreto: idealizzare questo o quel metodo, questa o quella tecnica, una attività sportiva o un gioco particolare. E' reale il pericolo che si corre nella scelta di alcuni obiettivi con il criterio della consuetudine.

E' tempo di dar forma a contenuti più concreti: primo perché in questi anni l'educazione fisica praticata nella scuola non consegue pressoché mai i suoi obiettivi e secondariamente perché la pratica dello sport nelle attività non scolastiche, da tempo ha abbandonato consapevolmente la scelta educativa intesa come "relazione d'aiuto", le associazioni somigliano poco a comunità di soci che operano per scelte comuni condivise.

La relazione d'aiuto è identificabile come quella relazione che manifesta un'intenzionale scelta di educare le nuove generazioni, spesso però questa regola non scritta, viene consapevolmente ignorata.

I caratteri di questa relazione sono stati da tempo chiaramente descritti da C.R. Rogers, egli infatti scriveva: "con questo termine mi riferisco ad una relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato ed integrato nell'altro.

L'altro, in questo senso, può essere un individuo o un gruppo. In altre parole , una "relazione di aiuto" potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, in una o in ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto ed una maggiore possibilità di espressione. ... dovrebbe includere il rapporto fra insegnante ed alunno, sebbene molti insegnanti non pongano fra i loro scopi quello di stimolare la maturazione della personalità degli allievi.

E' forse improponibile credere che l'unica strada per uscire, da questo stallo dell'educazione fisica e dello sport, sia una chiara e consapevole scelta educativa? Nella scuola del 2000 avrà diritto di presenza una disciplina più dignitosa nei tempi e nelle sue possibilità educative? Ora la lezione è relegata in molti casi a pausa ricreativa controllata dall'adulto.

Che dire del mondo sportivo ?

Io non vedo più i caratteri del gioco, non ne vedo gli eventi, non comprendo perché lo si chiami ancora sport?

Contiene, e in modo esplicito, tutti i caratteri del "gioco profondo" studiato dagli etologi dove quello che si può vincere ha infinitamente meno valore di ciò che si può perdere.