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di Maria Raffaella Benvenuto | |||
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Ho insegnato lingua e civiltà inglese per quasi dieci anni prima di
ottenere il mio attuale incarico all'estero. La maggior parte di questa
mia esperienza (purtroppo largamente negativa) si è svolta presso un
Liceo Scientifico, uno dei tipi di scuola superiore comunemente
considerati di maggior prestigio. In questo tipo di scuola, almeno secondo
il parere dei più, la lingua straniera ha un ruolo importante, anche per
il fatto di essere sempre materia d'esame. Ma la realtà della situazione
è invece molto diversa... Anzitutto è bene cominciare alla radice, cioé dalla concezione che è tuttora molto diffusa in Italia per quanto riguarda l'insegnamento delle lingue straniere. Nel nostro Paese, insegnare la lingua in quanto strumento di comunicazione è considerata un'attività di scarso prestigio, e comunque qualcosa che chiunque è in grado di fare (almeno a livello di parlanti di madrelingua). Imparare a comunicare in maniera efficace, anche se non sempre formalmente corretta al 100%, passa sicuramente in secondo piano rispetto allo studio dei vari tipi di contenuti che si possono trovare in una lingua straniera: in particolar modo, alla lettura ed analisi di vari testi letterari, quando non allo studio della storia della letteratura e di altri argomenti connessi. Basta guardare i programmi di lingue straniere dei diversi tipi di scuola superiore e dei corsi di laurea universitari per rendersi conto di questo. Chi, come la sottoscritta, ha preso una laurea in lingue e letterature straniere conosce tutto della letteratura e della cultura "alta" della Gran Bretagna (ed, eventualmente, degli Stati Uniti); ma la sua conoscenza della lingua, anche per quello che riguarda la linguistica o gli aspetti didattici, può essere molto discutibile. È assolutamente vero che una lingua non si impara solo a scuola, all'università o in qualsiasi altro tipo di corso: ma tutte queste situazioni possono dare un input positivo che può incoraggiare una persona a proseguire il cammino in maniera indipendente. Nell'istruzione italiana, soprattutto a livello di scuola, questo aspetto spesso è del tutto assente. Dopo tre anni di scuola media, in cui spesso l'insegnamento della lingua straniera è stato svolto in maniera rapida e marginale, e un biennio che non riesce in molti casi a colmare le suddette lacune, gli studenti di scuola superiore vengono posti davanti allo studio dei "contenuti", che buona parte degli insegnanti ritiene indispensabili per un valido svolgimento della didattica. Si assiste così al fenomeno di giovani che conoscono tutto della letteratura inglese o francese, ma che non sono in grado di utilizzare la lingua in situazioni quotidiane e quindi nemmeno di comunicare con coetanei di altre nazionalità. Quest'ultima situazione si può vedere chiaramente in quei numerosi gruppi di studenti italiani che d'estate affollano le città della Gran Bretagna per le ormai famigerate "vacanze studio". Un altro serio problema riguarda la competenza degli insegnanti di lingue straniere. Mentre a livello di scuola elementare si può giustificare una competenza limitata da parte dell'insegnante, questo non dovrebbe assolutamente accadere nella scuola superiore. Purtroppo, in Italia le agevolazioni per permettere agli studenti universitari di praticare le lingue all'estero sono scarsissime, mentre in Finlandia (il paese in cui attualmente lavoro) la pratica all'estero è obbligatoria per gli studenti di lingue straniere, i quali possono fruire di borse di studio concesse dagli istituti o da altri organismi. Quindi, un eventuale futuro insegnante di lingue deve perfezionarsi a sue spese, o sottrarre tempo ai pesantissimi studi universitari per andare a lavorare all'estero e avere così la possibilità di raggiungere un livello adeguato di competenza, nonchè di conoscenza della realtà culturale del Paese di cui si studia la lingua. Tutto questo rivela abbastanza evidentemente che si tratta di un problema di atteggiamento culturale: la lingua non è valida di per sè, ma unicamente come strumento, sia per leggere Shakespeare o Proust in versione originale sia per comprendere un manuale di istruzioni per l'uso di un elettrodomestico. La profonda ricchezza di una lingua, del suo lessico, della sua struttura e di tutto il contesto culturale che ha contribuito e contribuisce alla sua essenza viene spesso e volentieri ignorato. Oltretutto, in Italia esiste decisamente una tendenza all'ipercorrezione da parte degli insegnanti, per i quali la cosa più importante è non fare errori di grammatica. Questo atteggiamento frequentemente blocca gli studenti più timidi ed impedisce loro di esprimersi, soprattutto oralmente. D'altronde, l'espressione orale nelle scuole italiane consiste in gran parte nella ripetizione dei famosi contenuti davanti all'insegnante: contenuti spesso imparati a memoria dallo studente, che altrimenti non sarebbe in grado di aprire bocca. D'altra parte, descrivere la realtà dell'insegnamento delle lingue in Italia in termini esclusivamente negativi sarebbe riduttivo ed ingiusto, soprattutto nei riguardi di quegli insegnanti che ad un buon livello di competenza linguistica affiancano il desiderio di sperimentare nuove tecniche e di stimolare realmente i loro studenti. Ci sono insegnanti che partecipano a loro spese a convegni, corsi d'aggiornamento in Italia e all'estero ed altre iniziative di questo genere; che acquistano materiali di tutti i tipi e che comunque non smettono mai di progredire su questa strada. Purtroppo, nessuno premia o riconosce questi sforzi, e ad un certo punto una persona può anche chiedersi: "cui prodest?". Le istituzioni non agevolano di certo chi cerca di introdurre novità nel suo insegnamento: i gruppi-classe sono numerosi, le ore poche, le strutture di supporto spesso mancanti o insufficienti, l'esame una realtà scomoda che impone scelte spesso non condivise dall'insegnante. Se si aggiunge a questo la difficoltà di avere un colloquio con i colleghi, sia della stessa materia che di altre, ecco che le prospettive diventano poco incoraggianti. È vero che esistono delle "isole felici", scuole in cui sono state intraprese iniziative interessanti e didatticamente valide; purtroppo, si tratta di eccezioni e non della regola. Ovviamente, tutto quello che ho scritto finora deriva principalmente dalla mia esperienza personale, e quindi può essere discusso o addirittura confutato. Ma le statistiche sulle conoscenze linguistiche degli italiani parlano chiaro e sono poco confortanti: si parla di un 19% della popolazione che è in grado di esprimersi accettabilmente in inglese, contro il 70% di paesi come Olanda e Danimarca. Credo quindi di aver offerto abbastanza "food for thought" per un dibattito su questo argomento così importante, soprattutto in vista di un'effettiva unità europea. | |||